di Ivan Marino
È facile riscontrare tra molti osservatori e politologi occidentali, pregiudizialmente prevenuti, un accanimento contro la Russia ed in particolare nei confronti della figura politica rappresentata dall'attuale Presidente del Governo della Federazione Russa Vladimir Vladimirovich Putin, in definitiva del putinismo.
Occorre porsi un preciso quesito: quale è il diverso giudizio dato su Putin dal mondo dell'economia, dell'impresa, della finanza, delle banche, rispetto a quello espresso dalla maggior parte dei mass media occidentali?
È opportuno riflettere su talune osservazioni di Vittorio Torrembini e Roberto Pelo proposte nell'interessante volume: “Sdelano v Italii. La presenza italiana in Russia. Successi, problemi e prospettive”, che riequilibrano taluni giudizi di opposizione pregiudiziale sulla figura di V. Putin.
Questo libro vuole costituire un vademecum indispensabile per gli investitori stranieri e lancia loro un convinto messaggio di attivazione degli investimenti rispetto alle reali opportunità che il mercato russo offre.
Il mercato russo, tra l'altro definito nel libro non semplicemente come mercato-paese, bensì come “mercato-continente” da disarticolare in concreti sottomercati, è in definitiva “un mercato cui non si può rinunciare”.
Vi è una indiscutibile complementarietà tra le due economie: da una parte l'offerta russa di energia e di materie prime e dall'altra l'alta specializzazione manifatturiera e la tecnologia italiana.
Uno degli obiettivi prioritari del libro è quello di “rilevare quanta Italia ogni giorno entra nelle case russe”.2
Vengono analizzate non solo le potenzialità, ma anche i limiti del mercato russo.3
Si sottolinea come il problema principale sia rappresentato dal fatto che l'economia sia trainata e dipenda essenzialmente dalle materie prime e dall'export di gas e petrolio.
Viene ammesso allo stesso tempo che “le caratteristiche del modello economico russo (poca manifattura4, strapotere della grande industria e monosettorialità) saranno i punti di forza per la crescita diffusa della presenza italiana”.5
Una volta illustrate le peculiarità e “le zone grigie” del mercato russo, gli autori ribadiscono: “Tuttavia, noi dobbiamo fare i conti con questa Russia e con questo mercato, perché in ogni caso la bolletta del gas la dobbiamo pagare e, soprattutto, perché, questo mercato è diventato troppo importante per un numero considerevole di settori manifatturieri italiani e poi perchè presenta una gamma infinità di opportunità, che il Sistema Italia ha solo marginalmente cominciato a cogliere …” e precisano: “Le statistiche ci dicono che il nostro impegno in Russia non solo è minimo, ma anche marginale”.
Quello che intendiamo però evidenziare è come questo prezioso “Vademecum” di Torrembini e Pelo sia introdotto da un excursus storico sulle riforme economiche in Russia di grande interesse.

Processo di privatizzazione in Russia negli anni '90
Nel libro è contenuta un'analisi storica retrospettiva sulla parabola politica di El'cin, che costituisce un elemento indispensabile ai fini di una più precisa interpretazione e valutazione delle principali scelte strategiche della politica economica di Putin.
È noto che ogni stagione offre i propri uomini politici, ma non si può decontestualizzare la valutazione della fase Putiniana da quella precedente: la fase El'ciniana6. Viene analizzato nel libro il valore reale della stabilizzazione putiniana, così importante dal punto di vista geopolitico, (per contrastare le strategie di gruppi di pressione economica-finanziaria internazionale), ma non meno importante se analizzata dal punto di vista della crescita economica del paese.
Gli autori ritengono che una valutazione coerente del fenomeno del “putinismo” non può prescindere da quello che loro stessi definiscono “un terremoto economico e sociale”, dal quale “la Russia ha cominciato ad affrancarsi solo alla fine degli anni '90 con l'avvento al potere di Putin”. A loro giudizio Putin “eredita un paese con le caratteristiche tipiche e con i problemi strutturali del “terzo mondo”.
Le privatizzazioni della fase elc'iniana, definite come “il più grande trasferimento di proprietà mai gestito nella storia” hanno rappresentato una vera e propria truffa ai danni dei cittadini dell'ex URSS. Gli autori le criticano per i risultati dubbi sul piano della trasparenza e della equità sociale e lanciano una precisa accusa di un “indiscriminato accaparramento di gran parte del patrimonio produttivo statale”. La nascita dell'impresa privata in Russia viene valutata come “uno dei processi più caotici che forse non ha eguali nella storia dell'economia moderna”.
Con El'cin, potremmo concludere, si passerà ad una gestione “feudale” ed oligarchica delle riforme economiche, “dal Gosplan al Sachs-plan”, cioè dai piani quinquennali, ai diktat del manovratore di turno, ovvero del consulente americano più influente nell'ambito dell'entourage di El'cin nei primi anni della fase post-sovietica della Russia, quando quest'ultima avviò le privatizzazioni secondo le direttive degli organismi della “assistenza multilaterale”: del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale e di altre istituzioni internazionali.
Il processo di privatizzazione in Russia, già in passato definito da osservatori in vario modo: “privatizzazione esentasse”, “svendita del secolo”, “privatizzazione sotto costo”, ha finito con l'essere a nostro giudizio, una “maxi-lottizzazione”, una “caccia al tesoro pilotata” ed ha realizzato la distruzione dell'apparato produttivo nazionale, il crollo della produzione industriale parallelamente ai tagli indiscriminati alla spesa pubblica ed in particolare allo stato sociale.
Critiche molto severe sono attribuite alla gestione politico-economica di El'cin, al suo “liberismo pauperistico”. Si evidenziano le sue gravi colpe: inefficienza, miopia politica, interessi diretti. La Russia di El'cin viene definita senza mezzi termini “un paese allo sbando con l'industria e l'agricoltura in piena anarchia produttiva e il commercio internazionale gestito da gruppi di potere che si muovono fuori da ogni regola e controllo”.
Gli autori con forza mettono in luce il fatto che la Russia post-sovietica sia diventata un paese deindustrializzato, specificano come ciò non riguardi solo l' industria leggera7, scomparsa quasi totalmente (oggi secondo i dati forniti dagli autori rappresenta un misero 0,4% del PIL8) ma anche la stessa grande industria che a parte poche eccezioni è tutta concentrata nelle materie prime.

Stabilizzazione putiniana
Rispetto alla gestione El'ciniana, alla paralisi decisionale, la logica conclusione non poteva essere che una “lo Stato deve intervenire subito per fermare l'anarchia”.
Si optò per quello che potremmo definire l' “interventismo putiniano”, il “decisionismo putiniano”, che colma il precedente “vuoto di potere”, il precedente immobilismo politico.
Si è giunti con Putin ad uno strategico riposizionamento di politica economica.
Putin, così come constatato da molti analisti politici e dagli stessi autori del libro, è stato indubbiamente favorito da una fase congiunturale molto favorevole (crescita esponenziale dei prezzi del petrolio sul mercato internazionale).
Ma questo leader ha avuto il coraggio di dettare una nuova agenda di politica economica, con una netta inversione di tendenza, (rispetto ai precedenti governanti, a quella parte politica, da cui in fin dei conti proveniva) e ha riscoperto la dottrina dell'intervento statale in economia9. Lo Stato in definitiva deve diventare il principale promotore e artefice di riforme e innovazione.
In netta controtendenza rispetto ai tanti “antiputiniani a prescindere”, gli autori del libro conducono un'analisi più profonda delle riforme putiniane, sottolineando i rischi legati ai processi disintegrativi della gestione El'cin: “... è incontestabile che l'opera di questo ex funzionario dei servizi segreti è stata molto incisiva e, se la consideriamo come una medicina, molto amara, ma assolutamente necessaria per la Russia. L'alternativa sarebbe stata la disintegrazione per la Russia, alternativa preoccupante per il mondo intero...”.
Su questa logica si basa il significativo parere dato in ordine alla nuova legge sugli investimenti esteri del maggio 2008 voluta da Vladimir Putin, che sostituisce quella precedente del 1999. La nuova legge rafforza il ruolo del controllo dello Stato su taluni settori strategici, quali ad es. il settore petrolifero e del gas, energia nucleare, aerospazio, difesa. Se da un lato, gli autori non possono non constatare che “di fatto la legge impedisce il libero accesso degli investitori esteri a più della metà del sistema produttivo russo, e, probabilmente, a quella che è la parte più allettante dell'economia russa”, d'altra parte coerentemente ad una necessaria visione geopolitica più ampia della questione, ritengono opportuno fare una premessa precisa: “bisogna considerare ciò che era stata la risultante della politica caotica e senza bussola di Eltsin...” e aggiungono “La possibilità per gli investitori esteri di controllare le risorse naturali, la rete di distribuzione, il sistema industriale dell'alta tecnologia e degli armamenti non solo metteva in serio pericolo la sovranità nazionale russa … ma minava alle fondamenta qualsiasi prospettiva per la Federazione Russa di poter giocare un seppur minimo ruolo sulla scena internazionale”.
Gli autori, pur premettendo, come considerazione di carattere generale, che “... la presenza sempre più pervasiva della mano pubblica minaccia la crescita e la maturazione del mercato”, allo stesso tempo, constatano che la forza del rinnovato potere centrale abbia comportato un netto miglioramento del clima e delle condizioni per gli investimenti.
Putin – stagione degli investimenti
Con Putin e la sua strategia d'intervento statale nell'economia, la Russia conquista stabilità, una ritrovata fiducia da parte della opinione pubblica russa, si crea un clima del tutto diverso ai fini di potenziali investimenti da parte di aziende estere e grandi gruppi industriali. Gli autori danno inoltre molto risalto a quella che definiscono “la stagione degli investimenti” da parte delle aziende estere dal 2000 ad oggi che hanno “confidato nella solidità e nelle capacità del nuovo Presidente e del blocco di potere che lo aveva espresso di fare finalmente decollare tutte le potenzialità del mercato russo”.
Viene definito il “decennio d'oro della Russia”, quello che va dalla crisi del 1998 a quella del 2008-2009, un decennio che coincide, mese più mese meno, con l'avvento alla guida della Federazione Russa di Vladimir Putin.
Gli autori in definitiva sembrano rompere un tabù rispetto alla figura di Putin e finiscono in qualche maniera col fare gli “avvocati del diavolo” anche rispetto al “processo di de-liberalizzazione”, di cui Putin è stato l'ispiratore e il realizzatore, attirandosi le critiche di molti osservatori occidentali.

Tandem Putin-Medvedev
Rispetto alla staffetta Putin-Medvedev ed alla presidenza di Dmitrij Anatolevich Medvedev, viene ribadito che “Putin e Medvedev rappresentano un tandem, non una diarchia con approcci diversi”. Si tratta in effetti di un duumvirato a geometria variabile. L'auspicio è che continui quella stabilità politica della Russia, che, così come evidenziato nel libro, ha dato il suo grande contributo alla crescita economica del paese. La stabilità per la Russia è ancora più necessaria se si tiene conto dell'attuale fase di fuoriuscita dalla crisi mondiale. Torrembini e Pelo sottolineano che “le conseguenze sociali della crisi saranno dure e con prospettive di lunga durata”. In questa logica non sono auspicabili possibili “guerre di logoramento” tra i due potenziali candidati per le elezioni presidenziali del 2012, che potrebbero avere pericolosi effetti destabilizzanti.
I due leader, potenziali competitor dovrebbero evitare di proporre una delegittimazione reciproca, dovrebbero continuare con quel “patto di stabilità”, quel modus vivendi, quella pax interna che ad oggi ha dato positivi risultati.
Due leader distinti, ma non distanti. Medvedev è più liberista di Putin. Medvedev infatti critica l'eccessiva presenza dello Stato nell'economia, sostiene che le corporazioni private siano più efficaci di quelle statali. Nel lavoro di Torrembini—Pelo si analizza il programma di Medvedev, tra i cui punti basilari vi è la riduzione progressiva del peso del comparto pubblico in economia. Va ricordato infatti che il Presidente Medvedev a Davos il 26.1.2011 ha solennemente annunciato un'ondata di privatizzazioni per decine di miliardi di dollari nei prossimi tre anni. Questo processo ha avuto inizio con la VTB, la Banca per il Commercio Estero.
La questione cruciale è sempre la stessa, ovvero quale deve essere il ruolo dello Stato nell'economia. Su questo si scopriranno le carte sulla questione chiave, ovvero chi deve essere il detentore reale del potere in Russia.
Tante le ipotesi e le sottoipotesi. Qui si giocherà la vera partita per le prossime elezioni presidenziali, qui la vera posta in gioco. Sta per iniziare il conto alla rovescia. Sarà un gioco a due? Abbiamo dinanzi un'alleanza transitoria? Ci saranno tentativi di scavalcamento? Diverse le prospettive politiche! Di certo sulla base del testo costituzionale è indubbia la debolezza del Capo del Governo, le cui dimissioni sono di competenza del Presidente della Federazione Russa. Nascerà una competizione tra i due? Si guasteranno gli equilibri sinora precostituiti? Resterà in sella Vladimir Putin? Riuscirà a confutare il detto russo “in Russia, nessuno sale in sella per due volte!”. Tanti i dilemmi!
Di certo, il lavoro di Torrembini e Pelo illustra bene come la Russia abbia bisogno di stabilità, quindi non di tensioni tra i poteri dello stato, di rese e regolamenti di conti.
Verificheremo, alla luce degli sviluppi della situazione politica, in che direzione evolveranno le riforme economiche e la modernizzazione dell'economia, fermo restando l'auspicio di un ulteriore sviluppo delle relazioni commerciali tra l'Italia e la Russia nell'interesse di entrambi i paesi, come sostengono gli autori del libro.
Bibliografia
Maurizio Massari, “Democrazia europea o potenza globale? A vent'anni dalla fine della guerra fredda”.
Osvaldo Sanguigni, “Il fallimento di Gorbacev”.
Roj Medvedev, “Vladimir Putin”.
Francesco Benvenuti, “La Russia dopo l'URSS. Dal 1985 a oggi”.
Boris El'cin, “Prezidentskij Marafon”.