Putin, attendiamo Monti al forum di Pietroburgo
Il premier e presidente neo eletto russo Vladimir Putin è pronto ad accogliere in Russia il presidente del consiglio italiano, Mario Monti, per il loro primo incontro, già nel prossimo forum economico di Pietroburgo a giugno, qualora l'agenda del premier italiano lo permetta. Lo ha detto lo stesso Putin, in occasione della sigla dell'accordo di e collaborazione strategica tra Rosneft e Eni per lo sviluppo di giacimenti nel mare di Barents e del Mar Nero, avvenuto a Mosca. "Se il nostro primo incontro avvenisse a Pietroburgo, questo darebbe ancora più significato al Forum e ne saremo molto lieti", ha detto Putin all'amministratore delegato Eni Paolo Scaroni e all'ambasciatore italiano a Mosca, Antonio Zanardi Landi, sottolineando che il governo russo "farà di tutto" per facilitare la visita.
Generali, utili record per la partecipata Vtb
La banca russa Vtb macina utili e medita di acquisire la quota della compagnia Ingosstrakh controllata dal finanziere ceco Petr Kellner.
L'istituto di credito guidato da Andrej Kostin ha approvato i conti dell'esercizio 2011 chiusi con un utile di 90,5 miliardi di rubli (2,3 miliardi di euro), in crescita del 65% sull'anno precedente. Nonostante una simile performance la cifra è inferiore alle attese del mercato (94 miliardi) e alle iniziali previsioni della stessa banca (100 miliardi). Lo scostamento è dovuto a perdite su trading e ai maggiori costi dovuti al consolidamento di recenti acquisizioni (Bank of Moscow e TransCreditBank). In Borsa il titolo ha comunque fatto segnare un incremento del 2,65% a 6,5 copechi, un valore ancora distante dal prezzo dell'Ipo del 2007 (13,5 copechi).
«Sono sicuro che nei prossimi cinque anni - ha sottolineato lo stesso Kostin, che è stato riconfermato alla guida della banca per il prossimo quinquennio – saremo in grado di cogliere i migliori risultati per il bene dei nostri azionisti e dell'intera economia russa». Tra i soci della banca ci sono le Generali che nei mesi scorsi avevano discusso con Vtb un accordo di collaborazione su larga scala. Una trattativa interrotta per le incertezze legate all'andamento dei mercati finanziari. Ma ora il destino della banca russa e quello del Leone potrebbe tornare ad incrociarsi su un'altra partita. Rumor ripresi in questi giorni dalla stampa russa accreditano l'ipotesi che Vtb potrebbe rilevare dal finanziere ceco Petr Kellner il 19% della compagnia Ingosstrakh che attualmente è combinato assieme ad una partecipazione di pari entità delle Generali nel fondo di private equity PPf Investments. La situazione in Ingosstrakh è in stallo da anni, caratterizzata dalla contrapposizione con l'azionista di maggioranza, il magnate russo Oleg Deripaska. Di volta in volta è stata ventilata l'ipotesi che Deripaska vendesse la sua partecipazione o, al contrario, rilevasse la quota di minoranza da Ppf. Ma non se ne è fatto mai nulla anche a causa di relazioni conflittuali tra Deripaska e Kellner. L'uscita dalla partita del finanziere ceco e l'ingresso di Vtb (con cui l'azionista di maggioranza di Ingosstrakh ha invece buoni rapporti) introdurrebbe un nuovo scenario eliminando un elemento di frizione. E la compagnia italiana se ne potrebbe avvantaggiare.
Italia-Russia. Terzi: massimo impegno governo per nostre imprese
Massimo impegno dell'esecutivo italiano per le imprese italiane in Russia. Questo il messaggio del ministro degli Esteri Giulio Terzi, che ha avuto a Mosca, insieme con il ministro Giampaolo di Paola, un incontro con una decina dei maggiori imprenditori italiani presenti nel Paese. Tra questi, i rappresentanti di Finmeccanica, Unicredit, Banca Intesa, Pirelli e Cremonini. Erano presenti anche i presidenti del Gim (l'associazione degli imprenditori aderente a Confindustria) e della Camera di commercio italiana a Mosca. L'incontro si è svolto in una sala appositamente allestita all'aeroporto di Vnukovo, parte di un'agenda particolarmente intensa per i ministri in visita a Mosca. Agli imprenditori italiani, Terzi ha garantito, il "massimo impegno" del governo, al sostegno della loro presenza su un mercato come quello russo, che offre "straordinarie opportunità, con un grande potenziale di ricadute dirette per la crescita dell'Italia" sia sul piano commerciale, che su quello degli investimenti russi verso il nostro Paese. Il ministro ha in particolare sottolineato "il ruolo essenziale" che gli uffici diplomatici in Russia hanno per il rafforzamento dei flussi economici tra i due paesi, al cui riguardo gli imprenditori hanno osservato che lo stato eccellente delle relazioni politiche bilaterali ha effetto positivo sulle prospettive per le imprese italiane in Russia.
Eni esplorerà Artico russo e Mar Nero
«Il Governo russo farà qualunque cosa per sostenere progetti come questo»: è più di una benedizione quella che Vladimir Putin ha concesso all'accordo di collaborazione strategica firmato nella sua "Casa Bianca" sulla Moscova da Eni e Rosneft, la prima compagnia petrolifera russa. «Oggi Eni passa a un altro livello di collaborazione», ha detto ancora il futuro presidente, che si insedierà al Cremlino il 7 maggio. Come l'americana ExxonMobil, Eni è stata scelta come partner privilegiato per avventurarsi là dove i russi hanno più bisogno di tecnologie ed esperienza occidentale, le regioni più rischiose - e costose - che nascondono le risorse che in futuro dovranno sostituire i giacimenti maturi onshore. Alla ricerca di petrolio offshore, sull'onda delle agevolazioni fiscali garantite da Mosca: nuova frontiera per Eni in Russia, la ricompensa è una chiave di accesso all'Artico.
«Questa operazione marcherà un po' il futuro di Eni sotto il profilo dell'esplorazione», ha spiegato l'amministratore delegato di Eni, Paolo Scaroni, dopo aver firmato l'accordo insieme a Eduard Khudainatov, presidente di Rosneft. L'alleanza prevede lo studio di un blocco nel mar Nero, al largo della costa di Novorossiisk (Zapadno-Cernomorskij), e due blocchi nel mar di Barents, vicino alle acque norvegesi (Fedynskij e Tsentralno-Barentsevskij). Scaroni non nasconde di guardare con particolare interesse a questi ultimi, per il loro potenziale esplorativo: «È un mare che conosciamo bene - spiega - e in cui siamo stati i primi a fare scoperte». Mentre il Mar Nero nasconde le incertezze maggiori, impresa a cui l'estate scorsa rinunciò l'americana Chevron. «Questa è una di quelle zone che definiamo di "high risk-high reward" - continua l'ad di Eni - nessuno qui ha fatto scoperte, ma il potenziale di idrocarburi è alto. È un terreno su cui vogliamo cimentarci pur sapendo che l'area è inesplorata, e potrebbe non darci le soddisfazioni che cerchiamo».
In joint-venture con Rosneft con una quota del 33%, Eni si assumerà da sola il finanziamento dei primi studi geologici, un impegno che Scaroni fissa indicativamente a un miliardo di dollari, e Khudainatov a due. Se l'esplorazione non avrà successo, chiarisce Scaroni, quelli saranno soldi persi. In caso contrario, Rosneft ed Eni si spartiranno con il greggio trovato - in proporzione di due terzi e un terzo - sia le spese esplorative sostenute che le spese di sviluppo. La cifra di un miliardo da qui al 2020 è importante «ma non astronomica», dice Scaroni ricordando che un miliardo di euro è quanto Eni spende ogni anno in esplorazione.
Il resto è una pagina impossibile da scrivere ora: l'esplorazione potrebbe arrendersi al primo pozzo trivellato, limitando la spesa, oppure condurre a investimenti valutati di volta in volta, che il presidente di Rosneft ipotizza a 125 miliardi di dollari: le risorse che i tre blocchi potrebbero contenere sarebbero di 36 miliardi di olio equivalente, secondo Rosneft. Con i primi pozzi esplorativi in attività nel mar Nero nel 2015-16, Scaroni prova a ipotizzare, in caso di successo, il first oil e first gas per la fine del decennio. «Siamo considerati esploratori particolarmente capaci, o fortunati - scherza ricordando le recenti scoperte in Mozambico - spero tutte e due le cose insieme».
Così come Exxon accoglierà Rosneft nel Golfo del Messico, la partnership con Eni prevede l'impegno a offrire agli alleati russi una partecipazione in progetti internazionali: «Hanno manifestato interesse - ha detto Scaroni - per i nostri asset produttivi, esplorativi e downstream - raffinazione e distribuzione - in Nord Africa, Stati Uniti, America Latina e in Europa: nei prossimi mesi negozieremo il loro interesse e le cifre corrispondenti». Nel frattempo, questa volta sul fronte diplomatico, è Putin a rilanciare il legame con l'Italia invitando al Forum economico di San Pietroburgo, a metà giugno, il presidente del Consiglio Mario Monti: «Se trovasse il tempo di venire - ha detto Putin - eleverebbe il significato dello stesso Forum. Ma può venire in qualunque momento desidera. Noi aggiusteremo la nostra agenda alla sua, senza alcun problema». A.Scott
Eni ed Enel entrano nella casa Russia
Un debutto in terra russa, in uno dei terreni energetici più difficili del mondo. Eni ed Enel possono considerarsi privilegiate. Non è cosa da poco dare spazio ai nostri due campioni nazionali, evidentemente ben meritevoli, nel settore cruciale (e lì protettissimo) dell'energia del Paese che ci dà almeno un terzo della nostra materia prima energetica. Il significato strategico del battesimo di ieri va oltre. Il metano che comincia a sgorgare dalle attività dei nostri due campioni attraverso Severenergia (si veda pagina 20) non segna solo la prima volta nella produzione diretta di gas del cane a sei zampe nell'ex Urss. E per l'Enel non è solo il debutto mondiale nel settore dell'upstream. È una consacrazione.
Nel nuovo scenario dei player dell'energia planetaria i nostri campioni hanno esibito ottime capacità di diplomazia commerciale, hanno potuto vantare capacità di organizzazione e tecnologia. I russi hanno quantità poderose di idrocarburi da estrarre. Hanno bisogno di allearsi con i migliori. Riconoscono agli italiani non pochi punti. Tanto da legittimare qualche ambizione supplementare. Quel gas può essere usato solo per alimentare le centrali elettriche che Eni ed Enel controllano in Russia. Le eccedenze sono vendute solo al colosso metanifero locale Gazprom. Liberare, magari con calma, le prime quote di export? Potrebbe non essere un sogno.
Una città «italiana» in Russia
Un precedente illustre, il Colosseo, è ancora lì a dimostrarlo: un edificio prefabbricato non è necessariamente di bassa qualità. Ma quel che le italiane Itacoprecast e Dlc, società di progettazione in campo strutturale e architettonico, si apprestano a realizzare in Russia ha la potenzialità di rivoluzionare il mondo di quelle che un tempo si chiamavano "case popolari".
Basandosi sul sistema Domus messo a punto in collaborazione con il Politecnico di Milano dal presidente di Dlc, l'ingegner Alberto Dal Lago, una tecnologia innovativa permetterà di costruire abitazioni industriali di qualità in tempi eccezionali e a prezzi inferiori di circa il 25% rispetto al tradizionale. Il segreto, racconta Alberto Dal Lago, è «trasferire in fabbrica la totalità delle lavorazioni necessarie alla realizzazione di componenti completi (strutture, impianti e finiture) che vengono poi assemblati a secco, come fossero dei lego». Si tratta di industrializzare le costruzioni, con il committente che affida la totalità della costruzione all'industria.
Un modello sviluppato per costruire le nuove città, con elevata qualità, in tempi rapidi e a costi ridotti, o meglio, a parità di costo, con una qualità e una dotazione decisamente maggiore, per esempio arrivando anche per l'housing sociale a prevedere la climatizzazione. Lo studio Dlc ha trovato in Russia la garanzia di poter ammortizzare gli impianti produttivi su un elevato fabbisogno di abitazioni, e la precisa volontà politica di rivoluzionare il settore delle costruzioni con tecnologie innovative.
L'ingresso sul mercato russo delle costruzioni è stato reso possibile grazie al "ponte" costruito da Michele Randolfi, presidente di Itacoprecast. «La società è il nostro veicolo per operare in Russia – spiega Randolfi – dove la carenza di abitazioni ha spinto il Governo a elaborare un programma che richiede a ogni governatorato di indicare entro il 2015 luoghi e quantità di case da mettere sul mercato prodotte con tecnologie innovative». Quantità che sono il doppio di quelle realizzabili dalle imprese locali. Il sistema Domus si affianca quindi alle potenzialità locali per raggiungere gli obiettivi programmati, anche se la speranza, dice Randolfi, «è trovare nel futuro anche in Italia un piano casa che consenta con la casa industrializzata di elevare la qualità dell'abitare».
In Russia il progetto, in fase di attuazione, parte da due accordi di joint venture per la realizzazione delle prime due fabbriche a Saratov sul Volga e a Taganrog, sul mar d'Azov, e prevede la successiva realizzazione di due grandi fabbriche per costruire nella zona periferica di Mosca in 5 anni una nuova città "italiana" per 200mila abitanti. Con un investimento da cento milioni di euro per fabbrica, si creeranno nuovi poli di sviluppo nel settore delle costruzioni dando lavoro a oltre 4mila persone, più l'indotto.
Il sistema Domus, spiega Dal Lago, si avvale dello sviluppo tecnologico italiano dei sistemi per realizzare centri commerciali e strutture industriali: dove si è messa a punto la filosofia della costruzione a secco e dell'utilizzo della precompressione per raddoppiare la luce dei solai, producendo in fabbrica, oltre alle infrastrutture e alle urbanizzazioni primarie e secondarie (scuole, centri commerciali, alberghi, ospedali, centri sportivi), la totalità degli edifici, consegnando per ogni fabbrica 20 appartamenti al giorno, cioè 5mila all'anno.
Le case sono state definite «dinamiche» in quanto al livello di costo inferiore è data la predisposizione di tutte quelle dotazioni che consentiranno di salire nel tempo al rango delle case di massima qualità con le dotazioni più elevate, consentendo anche una rapida modifica delle tramezzature interne mobili per seguire nel tempo le mutate esigenze. Tre sono le fasce di prezzo, chiarisce Michele Randolfi, ma anche per il prezzo più ridotto Itacoprecast garantisce livelli qualitativi superiori all'attuale qualità delle costruzioni tradizionali, senza contare i risparmi sui successivi costi per consumi e per manutenzioni.
«Ma non è nostra intenzione limitarci alle abitazioni sociali» spiega Randolfi. Anche perché la tecnologia Dlc consente di passare dall'innovazione della casa dinamica a quella di città dinamica: «Qualcosa che si evolve nel tempo – conclude Dal Lago – con le scelte per aumentare la qualità della vita basata su ampie zone verdi, garage interrati, servizi completi, percorsi separati, utilizzo dell'acqua nel verde, utilizzo di energie ecosostenibili». Una città progettata per potersi sviluppare.
Il pianeta ex Urss nell'orbita del made in Italy
La sentenza di assoluzione sta nei dati 2011 Cosmit/Federlegno che mostrano un aumento del 5,8% delle esportazioni della filiera del legnoarredo confortata da un +2,3% delle importazioni che mostra un saldo attivo dell'8,4 per cento. In più, c'è da notare un bel 10,4% dell'aumento dell'export sul fatturato del comparto.
Questi elementi scarni ma eloquenti, spiegano come mai il sistema del legno-arredo sia costretto a tenersi ben stretti i suoi mercati esteri. Anzi, i contatti "stranieri" vanno potenziati e le aziende, per la maggior parte di medie dimensioni, sostenute nelle loro strategie di sbarco all'estero, soprattutto dal punto di vista finanziario.
In particolare, i Bric sono al centro delle azioni di internazionalizzazione dell'intero sistema. Ma non solo. Ci sono anche aree del mondo in seppur lieve ripresa come le più tradizionali piazze europee e del Nord America.
Sugli Stati Uniti Federlegno arredo non molla certo la presa. Due anni fa insieme all'Ice tutto il sistema è sbarcato a New York polarizzando per una buona settimana l'attenzione degli operatori ma anche della gente comune. Un successo non solo per l'industria del mobile, quanto per lo stile italiano, a tutto campo, dal cibo all'abbigliamento al mobile e agli oggetti di design.
La premessa da fare è che i Paesi europei, in quanto a valore esportato reggono ancora la vetta della classifica: la Francia ha totalizzato quasi due miliardi, la Germania ha superato quota 1.535 miliardi, il Regno Unito è terzo con 868 milioni di export.
Ma non è un caso, però, che al quarto posto ci sia la Russia (802,98) con "appena" 81.477 tonnellate: i prodotti che finiscono in questa area consolidata tra i Paesi emergenti esprimono un valore maggiore in termini di export.
Cosmit, non a caso, ha riproposto lo scorso autunno a Mosca i Saloni World-Wide, con una partecipazione coordinata e strutturata dei nostri produttori del legno-arredo nell'ambito della Fiera locale, Crocus. Una presenza riconoscibile e precisa, un'offerta per un mercato che continua a premiare il made in Italy.
La Russia è cresciuta dell'11% rispetto al 2011, ma è solo l'epicentro del fenomeno perché l'Ucraina non solo è cresciuta a due cifre, ma ha anche superato il tetto del 20% (per la precisione: 20,9%). Le aziende del made in Italy suggeriscono di sondare anche tutti gli altri Stati dell'ex Urss.
A quando uno sbarco "cinese"? La Cina per il legno-arredo è un'area con un enorme potenziale nel quale bisognerà entrare, però, con grande cautela. Nel 2011 ha totalizzato "solo" 200 milioni di euro di export, ma il made in Italy è molto apprezzato. Iniziative di sostegno non potranno che essere utili a diffondere questo valore aggiunto. Strategica sarà la scelta della località cinese in cui concretizzare l'evento.
Per il Brasile, Paese leader dell'America Latina con una forte cultura di design e competenze tecniche nel settore, il problema principale è la barriera doganale. Il protezionismo del Brasile è leggendario, per sbloccare la situazione fervono i contatti diplomatici.
Infine, l'India. Paese dalla grande cultura del mobile, raffinata, con una storia artigianale antichissima. Per i nostri del legno-arredo, una sfida, per unanime valutazione, tutta da sperimentare. Rita Fatiguso
Eni avvia produzione in Siberia
La strada avviata negli anni Cinquanta da Enrico Mattei conduce a Samburg, nel giacimento della Siberia occidentale dove Eni, in consorzio con Enel e con le russe Novatek e Gazpromneft, ieri è entrata per la prima volta nel ruolo di produttore nella Federazione Russa. Da lontani accordi per l'acquisto di petrolio sovietico alle prime molecole di gas italo-russo: una giornata memorabile da festeggiare, avevano stabilito i vertici di Severenerghia, la società di cui Eni detiene il 29,4%, ed Enel il 19,6.
Ma sulle celebrazioni aveva deciso di soffiare il metel', una violenta bufera di neve venuta a ricordare che se questa regione artica di Yamal-Nenets custodisce il 90% del gas russo - e forse, stima la US Geological Survey, un quinto delle riserve mondiali di idrocarburi ancora da scoprire – il tesoro non si lascia afferrare facilmente, qui dove ancora non esiste primavera. Elicotteri costretti a terra, strade perse nella tundra e nel ghiaccio partendo da Novyj Urengoi, la città del gas, e poco oltre attraversando in un nulla fatto solo di bianco il Circolo Polare. Eppure è festa a Samburg e Paolo Scaroni, che insieme ai partner accende sotto la neve una luce rossa, sorride soddisfatto: quella luce di fiamma simboleggia il primo gas estratto direttamente da italiani in Russia, il primo di 200mila barili al giorno, la quota Eni prevista a Yamal al picco del 2020 e il 10% della produzione totale della compagnia italiana. «Siamo presenti per la prima volta nell'upstream russo, è rarissimo avere la possibilità di seguire un progetto dal primo giorno fino alla conclusione», commenta l'amministratore delegato dell'Eni. Accanto a lui c'è Marco Arcelli, direttore della Divisione upstream gas di Enel: «Oggi è una giornata davvero importante per noi – sottolinea –. Per la prima volta, Enel produce direttamente gas».
Severenerghia è nata nel 2007, dal secondo lotto messo all'asta nel processo di liquidazione di Yukos: quattro giacimenti di gas e condensati a Yamal, terra che nella lingua locale significa «ai confini del mondo». Samburgskoje è la prima start up, per lo sviluppo delle altre il calendario è già pronto: complessivamente, spiega Scaroni, a conclusione del ciclo Eni avrà investito quassù 3 miliardi di dollari.
Cinque miliardi, invece, sono la cifra investita in Russia da Enel, dal 2004 a oggi: una presenza che ruota attorno a OGK-5, gruppo di centrali elettriche controllate dal gruppo italiano che ora verranno alimentate dai 6 miliardi di metri cubi di gas all'anno, quota Enel quando Samburgskoje raggiungerà la sua massima capacità produttiva. «Questo gas dà a Enel l'opzione di raggiungere l'integrazione verticale nel Paese», dice Arcelli.
Per Eni il tracciato è meno immediato. Produrre direttamente in Russia significa mettere l'Italia più al sicuro nell'eventualità di nuove crisi del gas? «Il beneficio per il consumatore italiano non sarà diretto – spiega Paolo Scaroni – ma più gas c'è e più scendono i prezzi. Ogni incremento di produzione finisce per migliorare la sicurezza dell'approvvigionamento, la qualità dell'offerta di gas e anche i prezzi». La quota di gas di Samburgskoje che appartiene a Eni – inizialmente 14mila barili di olio equivalenti al giorno, 43mila nel 2015 – non potrà che essere venduta a Gazprom, che detiene il monopolio delle reti per l'export. «A regime venderemo 9 miliardi di metri cubi l'anno a Gazprom attraverso contratti take or pay», dice Scaroni, a un prezzo giudicato "equo": calcolato sulla base dei volumi venduti in Russia, dell'export, dei trasporti. A Milano il titolo Eni festeggia le novità dalla Russia con un guadagno dell'1,3%, ma Scaroni già guarda oltre. All'esperienza positiva della collaborazione con Novatek, produttore indipendente russo, «con cui stiamo trattando un'iniziativa al di fuori della Russia». Un Paese nuovo e non noto per i suoi idrocarburi, si limita a dire Scaroni sibillino, ricordando l'inatteso recente successo in Mozambico. Quanto a Gazprom, qualcuno gli ricorda che gli accordi del 2007 da cui nacque Severenerghia prevedevano uno scambio: l'aiuto Eni a far entrare i russi nel progetto Elephant, in Libia. «Un'ipotesi finita nel frigorifero per la situazione in Libia – dice ora Scaroni – ma siamo determinati a rispettare la clausola di offrire a Gazprom l'opportunità di venire al nostro fianco fuori dalla Russia. La realizzazione può essere complessa – conclude l'amministratore delegato dell'Eni – ma gli accordi sono accordi».
“Il Sole 24 Ore” 15-30.04.2012