Laura Galvagni e Marigia Mangano
Lo scorso ottobre il presidente della Bce Jean Claude Trichet ha esortato le banche europee a «tornare alla loro tradizionale funzione di fornire servizi all'economia reale». Se questa missione comprende anche l'ingresso nel capitale delle imprese in difficoltà, ipotesi che appare poco probabile, l'Italia non ha di certo fatto cadere nel vuoto il monito. Secondo un'elaborazione de Il Sole 24 Ore, negli ultimi dodici mesi le banche del paese hanno impegnato quasi 2 miliardi di euro nel salvataggio e nella ristrutturazione di sette società quotate: Aedes, Gabetti, Risanamento, Pininfarina, Safilo, Ferretti e Bios. Il valore di 2 miliardi non riguarda nuove linee di credito concesse a supporto del business ma conversione di vecchi crediti in capitale, spesso accompagnata dalla sottoscrizione di ricapitalizzazioni in contanti da parte delle imprese in crisi. Una linea d'azione che ha portato gli istituti a diventare azionisti importanti delle società clienti e di fatto a vestire il doppio ruolo di finanziatore e imprenditore.
Se la banca diventa padrona
Le due operazioni che per dimensioni e cifre in gioco hanno catalizzato l'attenzione del sistema portano il nome di Risanamento e Ferretti. La prima, simbolo assieme ad Aedes, della crisi che ha investito il comparto immobiliare, ha visto le banche, guidate da Intesa Sanpaolo e UniCredit, trasformare in equity 350 milioni e impegnarsi a iniettare nuova cassa per 150 milioni, al punto che post riassetto avranno quasi il 55% della società mentre il patron Luigi Zunino scenderà al 14,4%. Di portata altrettanto rilevante è stato l'intervento sul gruppo Ferretti che ha visto il debito ridursi da 1,2 miliardi a 550 milioni attraverso la conversione a favore dei creditori in strumenti partecipativi. L'operazione comporta che nell'azionariato i creditori rappresentino il 53% e Mediobanca l'8,5 per cento.
Il conflitto banche-impresa
Il tema dell'ingresso delle banche nel capitale delle imprese, soprattutto alla luce dei numeri in ballo, ha scatenato un acceso dibattito tra gli esperti. I più non nascondono le proprie perplessità arrivando a ipotizzare che il maggior impegno azionario si traduca in una rigidità eccessiva nella concessione del credito. Per questo auspicano un futuro dietrofront, pur riconoscendo che le banche con il loro intervento hanno comunque dato stabilità al sistema. Ne sono convinti, per esempio, Maurizio Dallocchio, professore ordinario della Bocconi nonché commissario liquidatore delle holding di Luigi Zunino, e Robert Berlè, senior partner di Rothschild.
«Ritengo che la banca sia il più profondo conoscitore del mondo imprenditoriale», esordisce Dallocchio che aggiunge: «Ecco perché un rapporto tra banca e impresa, anche partecipativo, è nobile e desiderabile perché in questo modo si vanno a sommare le competenze tecniche dell'imprenditore a quelle finanziarie della banca. C'è dunque un'integrazione della finanza con il mondo reale. Tuttavia, quello che è successo nell'ultimo anno in Italia, ma anche in Francia e Germania, è molto diverso da una pura collaborazione tra i due soggetti, e cioè banca e imprenditore. La banca non ha scelto liberamente di entrare nel capitale di alcune imprese, ma ha dovuto farlo per salvarle in quanto quelle stesse imprese in difficoltà erano clienti». Un obbligo imposto dalla necessità di recuperare il recuperabile che ha reso quasi prassi un modello che prima era l'estrema ratio. «Le banche sono sempre state restie ad assumere il ruolo di azionista. Ultimamente però sono state costrette a prendere le redini e diventare determinanti per il futuro delle società», ha sottolineato Berlé. «Un obbligo - ha spiegato Dallocchio - a cui ha fatto seguito la sostituzione dell'imprenditore (che ha fatto un passo indietro) e l'ingresso nel capitale della banca (diventata da finanziatrice ad azionista). In questo modo l'istituto ha assunto rischi di natura imprenditoriale per salvaguardare i propri crediti».
Una scelta spesso dettata dal differente modo di agire delle banche coinvolte. Se le grandi, come UniCredit e Intesa Sanpaolo, hanno spesso cercato di affrontare la questione ipotizzando soluzioni di sistema, alcuni piccoli istituti o banche locali hanno preferito salvare il salvabile e non impegnarsi ulteriormente in casi già difficili. Con il risultato che l'azienda entrava in una spirale che offriva come unica via di uscita la conversione dei crediti in capitale. «In determinate situazioni ci vuole una capacità di comprensione notevole che appartiene soprattutto alle grandi banche, che nel caso Pininfarina, per esempio, si sono dimostrate degli interlocutori preparatissimi», ha spiegato Berlè.
La soluzione nei cda
Ciò non toglie che gli istituti ora vivano una sorta di conflitto interno. «Vediamo anche confronti piuttosto accesi fra le varie anime delle banca. Chi si occupa di credito ha un atteggiamento iper conservativo, compete a chi guida la banca gestire la politica dell'istituto», aggiunge Berlé. Ecco perché Dallocchio invita gli istituti a restituire le imprese agli imprenditori: «Se le banche non vogliono commettere un errore, dato che i rischi imprenditoriali sono fuori dal loro core business, nei prossimi sei mesi devono sostituire i consigli di amministrazione formati in condizioni di emergenza e come tali di natura tecnica, con l'innesto di manager che abbiano provate capacità imprenditoriali e che fungano da raccordo tra il mondo bancario e il mondo imprenditoriale». Berlé, è peraltro convinto che proprio questo sia il proposito delle banche, ossia valorizzare il prima possibile tutte le partecipazioni: «sarà il loro primo obiettivo, spinti da Banca d'Italia stessa, probabilmente li vedremo fare tutto il possibile per uscire dal capitale. Non è un segreto, per esempio, che su Pininfarina il movimento sia già iniziato».