L’inflazione rallenta la crescita economica della Russia
I rischi per l’economia nazionale potrebbero essere molto più gravi rispetto alle stime ufficiali del Governo – Secondo gli analisti indipendenti la Russia potrebbe diventare meno attraente agli occhi degli investitori stranieri – Il Paese rischia di diventare molto più vulnerabile alle crisi internazionali
Se il nuovo Governo della Russia con a capo Vladimir Putin non riuscirà a ridurre il tasso d’inflazione, i risultati economici del 2008 potrebbero rivelarsi decisamente più bassi rispetto alle stime del Cremlino. Dopo un’impennata della corsa dei prezzi, che nel 2007 aveva raggiunto il 12%, nel 2008 l’esecutivo si è impegnato a far scendere il tasso inflazionistico all’8,5 per cento. Dal momento che nei primi due mesi dell’anno i prezzi al consumo sono già aumentati del 3,5%, la lotta all’inflazione rischia di diventare un’impresa davvero ardua. A meno che non si correggano le cifre.
Nel 2007 dai risultati di molti sondaggi d’opinione è emerso chiaramente che le famiglie russe hanno dichiarato un’inflazione personale del 25-30 per cento.
Nonostante la spesa pubblica sia in costante aumento - nel corso del 2008 sono previsti almeno tre aumenti delle pensioni, degli stipendi dei dipendenti pubblici e di molte altre categorie socialmente meno protette - il carovita sta erodendo i redditi reali della popolazione, restringendo il mercato interno. Secondo gli analisti del Centro studi economici dell’Istituto per la globalizzazione (Igso), a causa dell’inflazione potrebbe calare l’interesse degli investitori internazionali nei confronti di alcuni settori della Russia e, di conseguenza, il Paese corre il pericolo di diventare molto più vulnerabile ed esposto al rischio di una crisi economica globale.
Per frenare la recessione, derivante dal pericoloso trend inflazionistico, il Governo deve investire nel corso del 2008 una parte consistente dell’ex Fondo di stabilizzazione (dal 1° di febbraio diviso tra Fondo di riserva e quello del wellfare nazionale) nello sviluppo tecnologico della produzione industriale, aiutando le aziende ad accelerare l’aggiornamento tecnico delle proprie produzioni, e creando molti nuovi posti di lavoro. Anche gli aumenti degli stipendi dei dipendenti pubblici dovranno essere molto più rilevanti rispetto al 3-5% proposto dal Governo.
Se il Cremlino riuscirà a realizzare questo programma di base il Paese potrebbe addirittura beneficiare della crisi economica internazionale e della recessione che sta colpendo gli Stati Uniti. La Russia salirebbe in pole position nelle classifiche dei Paesi più “attraenti” per gli investitori globali, battendo addirittura il Brasile, un Paese che ha un mercato interno in forte sviluppo. Il rally del petrolio favorisce la crescita dell’economia russa: l’export russo è costituito all’80% da prodotti energetici (petrolio, gas, derivati del petrolio) e da metalli. Questo fattore non può non rafforzare le posizioni dei settori strategici dell’economia russa, mentre la principale caratteristica per attirare capitali esteri in Russia è legata alla crescente domanda che si registra sul mercato interno. Ma l’inflazione galoppante minaccia di far bruciare gli sforzi del Governo e dei produttori.
L’inflazione in Russia è legata in primo luogo ai problemi strutturali dell’economia che, nonostante tutto, non riesce a ridurre la propria dipendenza dall’export di energia e di materie prime. Il Cremlino ha perso l’occasione del positivo periodo 2000-2007 per rafforzare l’industria manifatturiera. Il ministero delle Finanze ha gonfiare la massa monetaria, aumentando l’emissione di denaro e acquistando i petrodollari in eccesso. “Fino a quando i mercati globali non erano ancora in difficoltà e l’economia russa in via di sviluppo riusciva a consumare senza problemi la massa di rubli in arrivo, apparentemente tutto andava bene. Oltretutto, il Cremlino, al terzo posto nel mondo per riserve aurifere e valutarie, non permetteva in passato ai redditi reali di crescere troppo velocemente”, ha dichiarato il direttore dell’Igso, l’economista Boris Kagarlitskij. Ma negli ultimi mesi la situazione dei mercati globali è cambiata radicalmente.
In questo momento la Russia attira le società straniere in primo luogo come ricco mercato. Proprio per questo le società straniere si limitano ad organizzare in Russia proprie produzioni industriali, senza andare in Borsa. Dalla crescente domanda dipendono le prospettive di crescita economica della Russia, mentre l’inflazione mette queste prospettive a rischio.
Gli analisti indipendenti non sono d’accordo con il programma d’azione, elaborato dal Governo per combattere l’inflazione. C’è chi sostiene che le misure proposte dall’esecutivo potrebbero addirittura far peggiorare la situazione economica del Paese. Le misure apertamente populiste, tra cui le pressioni sui maggiori produttori di generi alimentari per congelare i prezzi fino a maggio 2008 (quando si insedierà ufficialmente il nuovo presidente della Russia, Dmitrij Medvedev) e il divieto imposto alle esportazioni di frumento non hanno portato risultati tangibili. Le misure per combattere l’inflazione devono garantire una costante espansione del mercato interno dei consumi, stimolando l’aumento della produzione di prodotti e servizi. Il legame è piuttosto semplice: la crescita della domanda sul mercato interno darà una spinta allo sviluppo di molte produzioni, che dovrà essere appoggiato con gli investimenti di una parte del Fondo di riserva. Durante la realizzazione di questo tipo di scenario la domanda in aumento e la crescita dell’economia sorpasserebbero la corsa dell’inflazione.
Un altro grosso problema dell’economia russa è legato alla bassa produttività. Nel 2007 il tasso degli stipendi rispetto al Prodotto interno lordo, calcolato come rapporto tra la somma delle retribuzioni nominali dei lavoratori russi e il volume del Pil, ha raggiunto la quota record del 34,8%, superando dell’1,5% lo stesso indice del 2006. Per questo dato la Russia ha “battuto” l’Italia e la Norvegia, e ha quasi raggiunto la Spagna. Ma contrariamente a quanto accade nei Paesi industrialmente sviluppati, nel caso russo questo trend porta a dire che l’economia sta divorando sé stessa e che le misure del Governo per aumentare la produttività non sono per niente efficaci.
A differenza dai Paesi dell’Unione europea in Russia, negli otto anni del boom economico la crescita degli stipendi ha superato di gran lunga l’aumento dell’economia in generale.
L’“arricchimento” dei lavoratori russi è dovuto in primo luogo alla corsa dei prezzi dell’energia che ha coinciso con la presidenza di Vladimir Putin.
Secondo le stime ufficiali, gli stipendi reali e disponibili sono aumentati del 13,3% nel 2006 e di un altro 16,2% nel 2007. La crescita delle retribuzioni proseguirà anche nel 2008: il tasso di gennaio ha superato del 15,8% quello registrato nell’analogo periodo del 2007. Dal 1999 al 2007 la crescita della produttività è stata del 6-7 per cento. Se il tasso degli stipendi rispetto al Pil dovesse continuare a crescere – hanno avvertito gli analisti – gli utili lordi dell’economia diminuiranno, limitando la disponibilità dei fondi in denaro per le aziende e rallentando la crescita economica. In altri termini, l’economia russa consumerà sé stessa. Già adesso l’entità di stipendi per un’unità di prodotto supera i rispettivi indicatori in Paesi come Brasile, India, Cina, Thailandia, Sud Africa, Messico e Turchia. Per realizzare il programma economico di Putin la produttività deve crescere a un ritmo del 12% l’anno. Ma nel 2007 il tasso medio di produttività nell’industria russa in generale è stato del 7% e nel settore manifatturiero del 10 per cento.
Il Governo russo deve trovare un sistema per sfruttare con maggior efficienza le riserve della manodopera, sviluppando la sua mobilità. Un esempio: nelle città dell’industria metallurgica russa il numero degli operai impegnato nella produzione di una tonnellata di acciaio supera di ben tre volte quello di un’acciaieria in Europa. Ma le aziende non licenziano gli operai in eccesso per non aumentare la tensione sociale. La Russia non ha la possibilità di affrontare la competizione internazionale grazie a costi di produzione molto bassi, come fanno i cinesi, e non ha altra strada che sviluppare i settori altamente tecnologici.
Per poter realizzare concretamente questo obiettivo il Cremlino deve sfruttare al massimo le relazioni economiche e commerciali con i suoi principali partner nel mondo, tra cui l’Italia.
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