Cremlino: contro la crisi una politica finanziaria moderata
Il Governo russo deve fare tutto il necessario per non permettere una precipitosa svalutazione del rublo - Nella peggiore delle ipotesi il prezzo del petrolio potrebbe scendere nel 2009 a 25 dollari al barile mentre la moneta nazionale corre il rischio di perdere il 40% del proprio valore nei confronti del tandem dollaro-euro
“La colpa dell’attuale crisi finanziaria è degli Stati Uniti, dell’azzardata politica finanziaria condotta dall’amministrazione uscente”. Durante una sua recente linea diretta con la nazione, il primo ministro e già presidente della Russia, Vladimir Putin ha accusato Washington di aver contagiato tutte le maggiori economie del mondo, compresa quella russa. Secondo le stime del Cremlino anche quest’anno, nonostante i problemi economici la crescita dovrebbe raggiungere il 7%, mentre nel 2009 - inizio 2010 la situazione dovrebbe cominciare a migliorare gradualmente.
Molti analisti indipendenti hanno dichiarato di condividere la previsione secondo cui i Paesi industrialmente sviluppati potrebbero uscire dalla crisi nel 2010. C’è chi però preferisce puntare l’indice non tanto contro gli Stati Uniti, ma contro i Paesi emergenti. Secondo l’economista e politologo, Mikhail Dmitriev, presidente del Centro studi di progetti strategici, i problemi sono legati in gran parte alla crescita economica “esageratamente accelerata” delle cosiddette nuove economie, tra cui quella dei Paesi del gruppo Bric (Brasile, Russia, India, Cina).
Questi Paesi sono entrati nel 21° secolo con sistemi finanziarie arcaici e obsoleti. Mentre i settori reali delle loro economie si sviluppavano in maniera molto veloce, i sistemi finanziari non riuscivano a rispettare gli stessi ritmi e alla fine si sono trovati molti indietro rispetto al fabbisogno reale.
In Russia le banche straniere, tra cui la Zao Banca Intesa, affiancata dalla Kmb Bank, istituto leader nel settore dei crediti alle imprese piccole e medie, hanno fatto da traino, importando nel Paese nuove tecniche finanziarie e offrendo ai propri clienti prodotti finanziari moderni e sofisticati. Ma si sono trovate in netta minoranza nei confronti del gran numero di istituti di credito microscopici, che non di rado si sono fatti coinvolgere in operazioni di carattere puramente speculativo. Nel momento in cui l’economia russa è basata su progetti legati in primo luogo alla produzione di materie prime (petrolio, gas, metalli), che richiedono un investimento medio di 5-10 miliardi di dollari, le banche russe non sono state in grado di erogare tutte queste risorse, costringendo gli investitori a rivolgersi al mercato internazionale del debito.
Una situazione più o meno simile è stata registrata anche in India, in Brasile e in Cina, e anche in molti altri Paesi in via di sviluppo, che hanno trasferito le proprie riserve internazionali in dollari e in euro, rivolgendosi all’Occidente per gli investimenti. Negli ultimi anni il debito estero corporate delle società russe è aumentato di cinque volte, mentre quello delle società del Kazakhstan è cresciuto di ben 30 volte.
Nel frattempo gli Stati Uniti hanno assorbito i risparmi accumulati dagli altri Paesi, trasformandoli negli investimenti di cui avevano bisogno le economie emergenti. In ogni caso, bisogna sottolineare che nessuno ha forzato le società russe a fare debiti di queste dimensioni, che ora devono essere rimborsati.
Per come si sta sviluppando la crisi attuale, sarà molto difficile, impossibile quasi, che i mercati del capitale si possano di nuovo aprire a potenziali clienti russi già nel 2009.
Esiste il rischio che l’anno prossimo il prezzo del petrolio scenda ulteriormente rispetto ai livelli attuali. Stando alle previsioni elaborate dal Centro Studi di Mikhail Dmitriev, lo scenario più probabile per prodotti petroliferi prevede un prezzo compreso tra 25 dollari e 40 dollari al barile.
Inoltre, dall’inizio della crisi il Cremlino non sembra aver capito di possedere riserve finanziarie insufficienti per stabilizzare la situazione pompando miliardi di dollari nell’economia nazionale e nel settore bancario. A questo punto il Governo Putin dovrebbe ridurre il più possibile i ritmi del ricorso alle riserve valutarie, smettendo di aiutare le imprese, in primo luogo quelle controllate dallo Stato, che si sono trovate in difficoltà finanziarie.
L’analisi delle tendenze internazionali degli ultimi mesi indicano chiaramente che i ritmi di crescita economica dei Paesi sviluppati rallentano indipendentemente dagli aiuti finanziari erogati dallo Stato.
Anche gli esperti del Cremlino sembrano cominciare a capire che i prezzi del petrolio in caduta libera, più la chiusura dei mercati finanziari alle società russe, superano di parecchie volte tutte le risorse finanziarie accumulate dalla Russia. Vale a dire che il compito principale per il Governo russo è di conservare gli avanzi delle riserve internazionali per non rischiare trovarsi scoperto di fronte ad attacchi al rublo. In caso contrario, il recupero economico dopo la crisi promette di diventare molto più difficile.
Parallelamente, il Governo deve cercare di smorzare le situazioni più acute, in primo luogo evitando una svalutazione del rublo troppo brusca. Dal punto di vista degli analisti finanziari indipendenti, il Governo si deve porre come obiettivo una svalutazione del rublo del 40-50% rispetto al paniere bivalutario della Banca centrale, composto attualmente al 55% del dollaro e al 45% dell’euro.
Attualmente il paniere bivalutario è quotato 31,6 rubli, mentre nella seconda metà del 2009 potrebbe scendere a 45 rubli per la combinazione delle due maggiori valute del mondo. Non si esclude però una svalutazione ancora più profonda della moneta nazionale russa. Di conseguenza, indipendentemente dalle oscillazioni reciproche tra dollaro, euro e yen, il rublo continuerà a perdere il proprio peso. Inoltre, una svalutazione del rublo rischia di accelerare la corsa dei prezzi. Negli ultimi mesi l’inflazione formale sta rallentando, stanno scendendo i prezzi dei comodities, e diminuisce la massa monetaria in circolazione. Nello stesso tempo, negli ultimi sei mesi il rublo ha perso rispetto al dollaro più del 15 per cento. Questo significa che ogni punto percentuale di svalutazione del rublo provoca un aumento dei prezzi in media dello 0,3 per cento. Se l’anno prossimo in Russia si dovesse essere registrare una svalutazione del rublo rispetto al paniere bivalutario del 40-50%, il Paese potrebbe rischiare come minimo un’inflazione del 20%.
Invece, non ci dovrebbe essere un disavanzo del bilancio pubblico se, ovviamente, il Fondo di riserva sarà usato esclusivamente per equilibrare il budget federale, e quelli regionali. Anche nel caso si presentasse lo scenario più negativo possibile, con un prezzo del petrolio precipitato a 25 dollari al barile, il disavanzo delle finanze pubbliche non dovrebbero superare il 2-3% del Pil. Le riserve attualmente ammontano a più del 10% del Prodotto interno lordo previsto in Russia nel 2009.
Il Centro studi di progetti strategici è stato costituito nel 1999 e da subito è diventato una specie di ‘think tank’ dell’allora presidente Vladimir Putin. Nel Duemila il Centro ha elaborato il programma di sviluppo economico della Russia per il periodo fino al 2010, approvato in seguito dal Governo. Attualmente il Centro - presso il quale hanno lavorato Arkadij Dvorkovich (consigliere economico di Putin) e Aleksej Uljukaev (vice Governatore della Banca centrale) - è coinvolto nell’elaborazione di progetti fondamentali per l’economia nazionale.
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