| In Italia è business ancora da costruire |
08 feb 10 |
| Sono 200 i consulenti finanziari con «Asset under advisory» tra i 50 e i 100 milioni: circa 2 miliardi la ricchezza globale sotto consulenza. |
«In Italia? La cultura del consulente finanziario indipendente non è ancora affermata». Cesare Armellini, presidente della società Consultique, oltre che della associazione di categoria Nafop, fotografa così la situazione dell'indipendent advisor nel nostro paese. Anche se, qualcosa, sembra cambiare. «In settimana - ricorda - è stato pubblicato il regolamento Consob sui consulenti persone fisiche e sulle società. Un passo importante: ora attendiamo il Regolamento del Ministero dell'economia sulle persone giuridiche (Srl e Spa, ndr). Dopo di che, la strada verso l'Albo di categoria dovrebbe essere non più così in salita».
Attualmente la Nafop ha solo un albo interno, di autoregolamentazione cui sono iscritti circa 250 consulenti. Un numero esiguo. «È vero - ammette Armellini - tuttavia, in questi due anni di crisi, abbiamo ricevuto diverse richieste: molti sono interessati alla consulenza "dee only", ma desistono perché c'è incertezza normativa». Al di là delle questioni giuridiche, chi sono i financial advisors made in Italy? In gran parte, si tratta di persone fisiche (oltre 200) che hanno una media di "Asset under advisory" compresa tra 50 e 100 milioni di euro. Il che, implicitamente, significa un valore complessivo vicino ai 2 miliardi di euro. I consigli a parcella, quasi tutti in materia di investimenti finanziari, vengono dati a clienti costituiti da «privati e famiglie - dice Armellini -, e poi dalle aziende. Minore l'importanza di istituzioni e banche». Quali, invece, i settori di attività? «Quasi tre advisor su quattro offrono servizi in materia di previdenza integrativa, e quattro su cinque danno consiglio sui mutui». «Non va, però, dimenticata l'attività di pianificazione globale», che secondo il 60% dei consulenti costituisce una parte essenziale del lavoro. Già il lavoro: ma c'è richiesta di consulenza indipendente in Italia? «Noi, come Consultique, abbiamo visto crescere le masse gestite nel 2009 del 150 per cento. Soprattutto, c'è richiesta di competenza in prodotti complessi come i derivati». «Parte della domanda di consulenza - aggiunge Maila Bozzetto, ex credit strategist di Intesa Sanpaolo - arriva da persone che chiedono di essere tolte da guai. Spesso capita di smontare dei portafogli che non corrispondono al profilo di rischio del cliente, che non sa cosa ha acquistato». Una conseguenza del possibile conflitto d'interesse dei grandi gruppi? «Non so dire. Io in Intesa non ho mai subito alcuna pressione. Anzi, mi manca lo scambio quotidiano di conoscenza con i colleghi». E, allora, come mai la scelta di lasciare, in un periodo di crisi? «Ho sentito l'esigenza di trovare uno spazio che mi permettesse di esprimere al massimo le mie potenzialità. Mio marito e io abbiamo avviato un nuovo studio, a Marostica». Di questi tempi una start up: sarà dura...«Certo. Ma la domanda c'è. Realizzo diversi incontri in circoli, club: lì sono avvicinata da persone che, magari, chiedono un appuntamento. Puntiamo sul passa-parola e su Internet con un sito web». Ma ne vale la pena? «Sì, in questo periodo stiamo rinnovando diversi contratti». Vi. C. |