Ucraina aggrappata all'Fmi
Alla vigilia del voto i finanziamenti del Fondo decisivi per evitare la bancarotta - A sfidarsi per la presidenza sono il premier Tymoshenko, il capo dello stato uscente Yushchenko e il filo-russo Yanukovich
Antonella Scott
KIEV. Dal nostro inviato
Per essere un inno nazionale, le prime parole suonavano un po' troppo scoraggianti: così, nel 2003, l'attacco «L'Ucraina non è ancora morta...» venne modificato nella dichiarazione che «la gloria e la libertà dell'Ucraina non sono morte», a ricordo comunque del fatto che per questo paese, chiamato a un destino difficile già nel nome - Ucraina significa "terra ai margini" - un'esistenza stabile non è mai scontata. Oggi la sfida non viene da un esercito straniero, ma dalle casse dello stato svuotate dalla crisi. Un altro Capodanno con il fiato sospeso: «L'Ucraina - sintetizza Denis Shauruk, analista di Alfa Capital - ancora non sa se imboccare la via della ripresa, o unirsi alle fila delle nazioni in pre-default».
Il Fondo monetario internazionale - che quest'anno è stato il principale punto d'appoggio finanziario per Kiev - sembra deciso a sospendere i prestiti almeno fino alle elezioni presidenziali del 17 gennaio; la Russia prevede una fine d'anno tranquilla per i dipendenti di Gazprom ma ha gli occhi fissi sul 7 gennaio, Natale ortodosso e scadenza dei termini per il pagamento del gas consegnato agli ucraini in dicembre. Quest'anno però i problemi per l'Europa potrebbero venire da una crisi sul fronte del petrolio. Il mondo della politica ucraina usa l'economia in chiave elettorale: come se a bordo di una nave che rischia di affondare, gli ufficiali al comando si ostinassero a compromettere i piani di salvataggio dei rivali, invece di riunire gli sforzi.
Per un'economia vulnerabile più di ogni altra in Europa perché troppo aperta, e dipendente dall'export di acciaio e prodotti chimici colpiti dal calo della domanda globale, la parola "default" è stata evocata fin dall'autunno del 2008. Quando il Fondo monetario corse al salvataggio: qui non si può rischiare, la bancarotta di una delle più grandi economie dell'Est Europa ne innescherebbe altre. Per questo l'Fmi è stato flessibile, e nel corso del 2009 ha corrisposto il pagamento di un prestito di 16,4 miliardi di dollari, a prescindere dal rispetto degli impegni presi: il primo di questi era un budget senza deficit.
In autunno, il partito del candidato alle presidenziali in testa nei sondaggi, Viktor Yanukovich, propose di aumentare del 20% pensioni e salari minimi, e il presidente Viktor Yushchenko firmò la legge. «Una bomba atomica piazzata sotto le finanze del paese», disse il primo ministro Yulia Tymoshenko; «temo che ora sarà molto difficile completare la revisione del nostro programma», aggiunse da Washington Dominique Strauss-Kahn, direttore generale del Fondo. Ma la vita della Tymoshenko alla guida del governo è un duello incessante con Yushchenko, e sono loro tre - Yushchenko, la Tymoshenko e Yanukovich - i candidati di spicco per le presidenziali, che dovrebbero giocarsi in un ballottaggio tra la premier e Yanukovich. Così l'Fmi fece un passo indietro, congelando l'erogazione della quarta rata del prestito, 3,8 miliardi. Sono i soldi di cui il governo ha bisogno per sopravvivere fino al voto: per Yulia Tymoshenko è in gioco il sogno della presidenza, oltre che la solvibilità del paese. Improvvisamente, il Fondo monetario si è trovato in una posizione estremamente delicata, arbitro di una decisione dai contorni politici.
Con la speranza di convincere i dirigenti dell'Fmi, il vicepremier Nemyria ha lanciato un appello a Washington, una richiesta urgente per metà della tranche rimasta sospesa. «Yulia Tymoshenko - dice Alex Brideau, analista di Eurasia Group, agenzia di ricerca e consulenza sul rischio politico - ha basato la propria campagna elettorale sulla promessa di una ripresa economica. Se avrà problemi con i pagamenti degli stipendi, dei sussidi sociali o del gas, rischia di perdere consenso tra gli elettori».
La possibilità che manchino i fondi per rispettare i pagamenti del debito sovrano non è stata evocata nell'appello di Nemyria, e per ora gli economisti non lanciano l'allarme. «Dubito che l'Ucraina vada in default sul debito estero sovrano - spiega Oleksandr Zholud, economista del Centro internazionale di studi politici di Kiev - è distribuito sull'arco di diversi anni, e nel 2010 non sono previsti rimborsi pesanti». Ma ciò che rende l'Ucraina uno dei paesi al mondo più costosi per gli investitori - il rischio di default è fissato al 54,6% - è il carico del debito del settore privato, la vulnerabilità delle banche danneggiate nei primi mesi del 2009 dalla svalutazione della grivna e da un accesso ridotto al credito, il debito pubblico interno e quello delle grandi società di stato. Naftogaz, la compagnia del gas cui spettano i pagamenti a Mosca, è già riuscita a riscadenziare parte del proprio debito, spiega Zholud, «Ukrzaliznytsia (la compagnia ferroviaria, ndr) sta negoziando. Ma ci sono altre aziende pubbliche che si sono indebitate all'estero, e che potrebbero non riuscire a rispettare i propri impegni».
È opinione comune che l'esito delle elezioni, qualunque esso sia, dovrebbe riportare un minimo di stabilità: fin dai primi giorni della Rivoluzione Arancione, con le tende che si moltiplicavano sulla Piazza dell'Indipendenza di Kiev per sostenere Yushchenko e la Tymoshenko, allora alleati, i problemi dell'economia ucraina sono sempre nati nella politica. Una svolta potrebbe coincidere con i primi segnali di ripresa attesi per il prossimo anno. «Del resto, pur nella sua debolezza - spiega Silvio Pedrazzi, presidente del Supervisory Board di Pravex Bank, di Intesa Sanpaolo - l'economia ucraina ha risorse che le permettono di autoregolarsi. Dal punto di vista finanziario il vero problema era il sistema bancario, tuttora molto fragile, e tuttavia la Banca centrale è riuscita a gestire tutte le situazioni, e oggi il rischio sistema bancario è inferiore rispetto ai mesi scorsi. Diverse banche, tra cui la nostra, hanno ripreso a fare credito».
Mentre si avvicina la data delle elezioni, la pattuglia dei candidati evoca ogni possibile incrocio di alleanze, in un crescendo surreale che si intreccia con i borbottii di Gazprom preoccupata di non farsi pagare il gas: queste settimane di freddo intenso hanno aumentato i consumi, e la bolletta. I soldi però non ci sono: escludendo un aumento di tasse e tariffe interne dell'energia, se l'Fmi resterà in silenzio è difficile che Yulia Tymoshenko possa contare sulla Banca centrale, in mano ad alleati di Yushchenko. Secondo Mikhail Korchemkin, di East European Gas Analysis, se Naftogaz saltasse il pagamento di gennaio, Gazprom potrebbe reclamare una quota della compagnia ucraina, «una sorta di protocollo segreto firmato da Putin e Tymoshenko». Entrare nella proprietà dei gasdotti ucraini era l'obiettivo non troppo nascosto di Mosca nelle passate crisi del gas: quella di quest'anno, spostata in avanti di qualche settimana, potrebbe risultare ancora più complessa, sullo sfondo delle elezioni. Se poi i risultati del voto non fossero netti, le recriminazioni tra i candidati potrebbero continuare, prolungando l'incertezza. La strada è ancora lunga, prima che l'Ucraina trovi un po' di pace.