L’Ucraina si riavvicina alla Russia ma si affida a Washington
Il rilancio di Yanukovich grazie ai collaboratori di McCain, la Tymoshenko si è affidata all'agenzia di Axelrod (Obama).
Antonella Scott
KIEV
Alla vigilia del primo turno delle elezioni ucraine qualcuno chiese a uno dei candidati più promettenti, l'indipendente Serghej Tigipko, perché si fosse risposato. «Ho vissuto per 30 anni con la stessa donna - rispose - non ho forse diritto di cambiare?». Una frase che può essergli costata parecchi voti tra l'elettorato femminile, un tipo di errore che i candidati rimasti in gara per il ballottaggio del 7 febbraio - Yulia Tymoshenko e Viktor Yanukovich - sembrano ben decisi a non commettere. In un confronto in cui le differenze ideologiche non sono accentuate, l'immagine sarà determinante. Tanto che in questi giorni a Kiev sembrano quasi rivivere le primarie americane del 2008: come consulenti politici, i due fronti hanno cercato il meglio, gli ideatori delle campagne elettorali di Hillary Clinton, Barack Obama, John McCain.
L'agenzia di Mark J.Penn, stratega dei Clinton, non ha portato fortuna al presidente in carica Viktor Yuschenko, condannato da tempo dai sondaggi e arrivato solo quinto al primo turno. Anche Yanukovich si è affidato a un veterano, Paul Manafort, business partner del consigliere di McCain Rick Davis, mentre Yulia Tymoshenko ha scelto la Akpd, media consulting firm fondata da David Axelrod, architetto della campagna presidenziale di Obama. Preceduta da diversi candidati in Argentina, Bulgaria, Israele, Gran Bretagna, l'attuale primo ministro ucraino non è stata la prima a ritenere che un qualche legame con il presidente americano possa aiutare. Malgrado l'eliminazione di Yuschenko abbia confermato che in Ucraina il vento è girato, e ora soffia in direzione di Mosca: «Per gli Stati Uniti è stata una grande delusione», gongolava nei giorni scorsi a Kiev il russo Serghej Markov, politologo molto vicino al Cremlino.
Per lo staff di Paul Manafort, il rilancio di Yanukovich è già un successo. Al primo turno ha vinto un uomo spazzato via quattro anni fa dalla Rivoluzione arancione, accusato di brogli, bollato come un burattino nelle mani dei russi. Per gli ucraini che non lo hanno votato, il 35,32% raccolto il 17 gennaio, dieci punti in più della rivale, è miracoloso: «Uno che è stato due volte in galera, e due volte si è comprato la liberazione - scuote la testa un fan della Tymoshenko, Jurij - quando il suo ritratto sarà appeso nelle scuole, che esempio daremo ai bambini?». Effettivamente Yanukovich finì in carcere, negli anni 60, con accuse di aggressione e rapine: faceva parte di una gang di strada, nella regione industriale di Donetsk, e da lì salì fino ai vertici della politica. Ballando sulle rovine della Rivoluzione arancione, ha lavorato moltissimo sull'immagine, mostrandosi come un leader moderato e cortese, più affidabile di "Yulka" che, dicono gli avversari della Tymoshenko, promette tutto quello che desideri sentire ma non lo farà.
Davanti a lei Yanukovich - che non parla altrettanto bene ucraino - ha dovuto ammettere la propria inferiorità nel dibattito, così per l'ennesima volta ha rifiutato di affrontarla in tv: «Non c'è niente da discutere - ha fatto dire ieri - con una persona che non mantiene la parola».