Il Cremlino raccoglie la sfida economica cinese nell’Asia-Pacifico

15 miliardi di dollari per sviluppare l’Estremo Oriente russo entro il 2013 e riequilibrare il boom di Pechino

MOSCA - La Russia dovrà spendere almeno 13 miliardi di euro nei prossimi sette anni nelle regioni dell’Estremo Oriente e del Transbaikal, se non vuole finire sommersa dal vicino boom cinese,  e mantenere il proprio ruolo politico ed economico nella emergente area dell’Asia-Pacifico. Se ne e’ accorto la scorsa settimana il presidente Vladimir Putin, constatando, in una visita a Petropavlovsk in Kamchatka, come uno dei progetti di sviluppo previsti fin dal 2000, la costruzione di un gasdotto di collegamento ai giacimenti occidentali della penisola, doveva ancora iniziare ad essere costruito.
In realtà’, il gruppo di nove repubbliche, regioni e territori autonomi facenti parte del Transbaikal e del Distretto federale dell’Estremo Oriente, oltre ad avere dei bassi redditi pro-capite,  è stato finora in costante ritardo di sviluppo. Nel solo triennio 2004-2006 ll tasso di crescita medio del Pil regionale di quest’area non ha superato il 3,4%, cioè nemmeno la metà del 7,2% annuo del Pil nazionale, e anche per il 2007 difficilmente supererà il 4-4,2%, contro il 7,5-7,8% previsto per l’intera Federazione Russa. Certo, gli ultimi dati per il primo semestre 2007 indicano un forte aumento della produzione industriale dell’area, di quasi il 28%, rispetto al misero 3% del 2006. Ma questo è dovuto per lo più alla forte crescita della produzione di petrolio e gas off-shore nella penisola di Sakhalin: il controverso progetto Sakhalin-2 (per motivi politico-economici ed ambientali)  ha dato a fine giugno 6,8 milioni di tonnellate di greggio e quasi 2,6 miliardi di m.c. di gas naturale, ovvero più dei livelli raggiunti per l’intero anno scorso. Si incomincia infatti a sentire la progressiva entrata in funzione dei giacimenti della Skhakalin Energy, ormai da pochi mesi proprietà congiunta di Gazprom e del Consorzio Shell.  D’altra parte vi è comunque una più generale ripresa industriale in varie regioni vicine, tra il 5 e il 10% per Khabarovsk (industria forestale, metalli ferrosi e commercio all’ingrosso), Kamchatka (oltre 320 mila tonnellate di pesce pescato) e Sakha-Yakuzia (con Alrosa, l’industria diamantifera nazionale, e Yakutugol, la società carbonifera).  Proprio la Yakuzia, in termini di valore del prodotto regionale, nel 2006 era  al primo posto, con quasi 4,6 miliardi di dollari (al 91% di materie prime), seguita da Sakhalin (2,5 miliardi). La Yakutia meridionale, con lo sviluppo dei giacimenti di Chajandinsk, sarà pero’ anche uno dei nuovi 4 centri del “sistema unificato di forniture di gas naturale” alla zona del Pacifico dopo il 2017-2020, previsto da Gazprom, oltre a Krasnojarsk, Sakhalin-3 e Irkutsk (quest’ultimo fornirà anche Chita e Burjatia). E qui si sta riprendendo l’Industria aeronautica di Ulan Ude, (in Buryatia), con i nuovi elicotteri ordinati  e la previsione di risuperare i 200 milioni di dollari di fatturato quest’anno,  ma le regioni leader nell’industria manifatturiera e nel commercio rimangono Khabarovsk e Primorie-Vladivostok (tra 2 e 1,8 miliardi di dollari rispettivi nel 2006). Tuttavia, è significativo, che tra le prime 400 società russe con fatturato 2006 superiore ai 200 milioni di dollari. soltanto 8, cioè il 2%,  sono situate in Estremo Oriente e Transbaikal, e di queste solo 3 operano nell’industria meccanica, nei trasporti marittimi, con la Società di navigazione marittima dell’Estremo Oriente (fatturato oltre i 250 milioni di dollari) e nel commercio.
I nodi principali che frenano lo sviluppo sono tuttora la forte carenza di infrastrutture (strade, porti, ferrovie), gli elevati costi dell’energia, l’assenza di una base produttiva in grado di fornire prodotti finiti o anche semilavorati, a partire dalla materia prima,  la bassa produttività del lavoro rispetto agli altri paesi asiatici, e infine, la carenza di tecnici qualificati.
Per tali motivi, già all’inizio di agosto, un mese prima della sfuriata di Putin, il vice ministro russo per l’Economia, Vitali Saveliev, aveva presentato al governo un poderoso programma finalizzato per lo sviluppo del Transbaikal e dell’Estremo Oriente, che prevede l’aumento dei finanziamenti federali 2008-2013,  dai 751 milioni di dollari originariamente previsti a quasi 15,8 miliardi. Di questi fondi, il 58% sono destinati ai trasporti, il 23% allo sviluppo dell’industria energetica, l’8% alle altre infrastrutture, il 7% alla sfera sociale, il 2% alla ricerca e sviluppo. Peraltro, questi programmi non sembravano prevedere il gasdotto di Kamchatka. Alcuni investimenti si stanno comunque avviando:  RusHydro, o “GidroOGK”,   la maggiore società russa generatrice di energia idroelettrica, ha annunciato il 20 agosto, insieme al gruppo finanziario Metropol, alla “Korporazia per i metalli della Siberia orientale” e i governi regionali di Burjatija e Chita,  la costituzione nella città di Ulan Ude della “Korporazia per lo sviluppo del Transbaikal”. Essa costruirà tra l’altro la nuova centrale elettrica  sul fiume Vitim, da 1.410 megawatt, e svilupperà le miniere e stabilimenti metallurgici per lo zinco, rame, oro e piombo, nelle due regioni citate. Anche Rostelekom investirà 32 milioni di dollari in nuove linee di tlc nella Yakuzia occidentale.
In ogni caso, la stessa città di Vladivostok,  principale porto commerciale russo sul Pacifico, non è ancora riuscita a decollare davvero, anche per motivi di alta rissosità tra potentati politici locali negli ultimi anni, ed occorreranno ora investimenti di almeno 5,5 miliardi di dollari per metterla in grado di ospitare dignitosamente il previsto summit internazionale del 2012 tra i paesi dell’Asia-Pacifico. Il programma prevede in pratica la ricostruzione di buona parte del centro città, con un nuovo teatro dell’Opera, un grande centro congressi e commerciale, un nuovo terminale marittimo (quelli attuali sono troppo piccoli e in parte obsoleti), e altre infrastrutture e centrali elettriche, perché ancor oggi sono abbastanza frequenti i “black-out”, soprattutto nella stagione invernale.

 

Sergio A. Rossi per Il Sole 24 Ore