Mosca di fronte alle sue debolezze
Di Gianandrea Gaiani La crisi tra Washington e Mosca sui piani di dispiegamento in Europa di alcune basi dello "scudo antimissile" riguarda aspetti strategici legati solo marginalmente alla reale funzione del programma National Missile Defense. L’intero sistema americano, incluse la base radar in Repubblica Ceca e quella di missili intercettori in Polonia, ha funzioni di contrasto a minacce missilistiche provenienti dalle potenze emergenti, allo stato attuale soprattutto Iran e Corea del Nord, che puntano a sviluppare missili intercontinentali. Il numero limitato di vettori Ground Based Interceptor previsto, l’ubicazione delle basi negli Usa (in California e Alaska) e in Europa (incluso il radar in Groenlandia e la base missilistica in Gran Bretagna ancora in fase di trattativa), confermano che il programma Nmd è concepito per fermare attacchi condotti da un numero limitato di missili. Pur non rappresentando una minaccia per il robusto arsenale missilistico russo, lo "scudo antimissile" potrebbe offrire a Mosca l’opportunità di far fronte alla propria crescente debolezza strategica e al rafforzamento della Nato, soprattutto dei Paesi dell’Europa orientale che più temono un ritorno dell’influenza russa. Nonostante i successi nell’export militare e gli elevati introiti provenienti da gas e petrolio, lo strumento militare russo non dispone dei fondi necessari a sostenere un ruolo di grande potenza. Il bilancio della Difesa, 21 miliardi di dollari nel 2006, dovrebbe crescere del 23% quest’anno nell’ambito di un piano di investimenti pari a 189 miliardi entro il 2015. Cifre necessarie soprattutto a rimettere in sesto l’apparato convenzionale, ma insufficienti a rinnovare le forze strategiche composte da missili intercontinentali basati a terra che saranno per nove decimi da radiare nei prossimi anni, come anche i vettori imbarcati sugli ultimi sottomarini strategici ereditati dall’Urss. Difficoltà che fanno della Russia una potenza di rango continentale nelle macro aree europea e asiatica. Per questo il capo di stato maggiore della difesa russo, generale Jurij Balujevskij, ha minacciato il ritiro dal Trattato sulle forze nucleari a raggio intermedio (Inf) come risposta al dispiegamento delle basi antimissile americane. Armi di gittata (tra 500 e 5.500 chilometri) e costo più limitato, per le quali Mosca dispone già della tecnologia necessaria, che vennero demolite poco prima del crollo dell’Urss in base al trattato che portò al ritiro dei missili SS-20 e SS-23 puntati sull’Europa occidentale e dei Cruise e Pershing americani schierati anche in Italia. La denuncia russa dell’Inf consentirebbe a Mosca di consolidare il proprio ruolo continentale mantenendo un potere deterrente verso la Nato (e la Cina) a costi alla sua portata. Del resto, come Putin ha sottolineato, la proliferazione di missili balistici in Medio ed Estremo Oriente riguarda soprattutto quelli a raggio intermedio che costituiscono oggi il grosso degli arsenali strategici di Cina, India, Israele, Corea del Nord, Iran e Siria. Un riarmo russo in questo settore avrebbe serie ripercussioni sulla sicurezza europea e infatti Varsavia ha condizionato il via libera alla base americana alla fornitura di batterie antimissile Patriot in grado di difendere la Polonia dai missili balistici a breve e medio raggio russi. Forse quello di Mosca è solo un bluff, ma lo spettro del ritorno alla guerra fredda costituisce per Putin un’arma di pressione utile a incrinare la non certo salda intesa tra gli Usa e parte degli alleati europei.