Ma la pistola di Vladimir è scarica

Mosca dispone di mezzi militari obsoleti e in numero largamente inferiore a quello previsto dall'intesa Cfe

Gianandrea Gaiani

La decisione del Cremlino di sospendere l'applicazione del Trattato Cfe (sulla riduzione delle armi convenzionali) non era inattesa. Lo stesso presidente Vladimir Putin l'aveva anticipata nell'aprile scorso, inserendola tra le contromisure per ostacolare il dispiegamento in Europa orientale delle basi dello scudo antimissile statunitense, insieme al ritiro dal Trattato Inf, che nel 1987 consentì di eliminare dal Vecchio continente i missili balistici a raggio intermedio.
Il Trattato sulle forze convenzionali in Europa (Cfe) è stato firmato a Parigi il 19 novembre 1990 dai 22 Paesi aderenti alla Nato e al Patto di Varsavia, con l'obiettivo di ridurre il numero dei principali mezzi militari in dotazione alle forze schierate dai due blocchi, ormai non più nemici, nella regione che va dall'Atlantico agli Urali.
Entrato in vigore nel luglio del 1992, il Cfe ridusse nei due anni successivi le forze complessive a 20mila carri armati, 20mila pezzi d'artiglieria, 30mila mezzi corazzati, 6.800 aerei e 2mila elicotteri da combattimento per parte. Circa 10mila armi pesanti della Nato e 90mila del Patto di Varsavia vennero demolite, dimesse o trasferite nei territori asiatici della Russia.
Lo scioglimento del Patto di Varsavia e dell'Unione sovietica rese poi anacronistico e sbilanciato il Trattato Cfe, ancora prima della sua piena applicazione. Per questo, nel novembre del 1999, i firmatari originari più otto Stati nati dalla dissoluzione dell'Urss siglarono a Istanbul un nuovo Trattato adattato, che prevede un altro taglio del 10% alle forze convenzionali e una valutazione dei tetti dei mezzi militari suddivisa per singolo Paese e non più per alleanze.
Solo i Governi di Russia, Bielorussia, Kazakhistan e Ucraina hanno però ratificato il nuovo accordo, poiché gli Stati membri della Nato contestano il mancato ritiro delle forze russe da Moldavia e Georgia, previsto nel Trattato di Istanbul.
Putin può così giustificare oggi il ritiro dal Cfe contestandone il mancato rispetto da parte della Nato, accusata di rinforzare il suo dispositivo militare in funzione anti russa.
In realtà, la Russia e l'Alleanza atlantica dispongono oggi di forze convenzionali largamente inferiori a quelle previste dal Cfe, a causa della crisi economica e militare post sovietica e della riorganizzazione degli arsenali occidentali, che privilegiano forze leggere di pronto impiego oltremare alle grandi unità in un'improbabile guerra in Europa.
Gli alleati schierano circa 8mila carri armati, 22mila mezzi corazzati, 11mila pezzi d'artiglieria, 3.500 aerei e 800 elicotteri da combattimento, contando anche le forze statunitensi ancora dislocate su questa sponda dell'Atlantico.
Ben più ridotte le forze russe. Ufficialmente, i mezzi terrestri comprendono ancora 10mila carri armati, 40mila mezzi corazzati e 30mila cannoni. Tutti però ereditati dall'era sovietica e in gran parte non più operativi. Il Cfe prevede che i russi possano schierare a Ovest degli Urali 5.575 carri, 11.280 mezzi corazzati e 5.500 cannoni: probabilmente più dei mezzi realmente disponibili. Un paradosso ancor più evidente se si considerano i velivoli. Il Cfe consente a Mosca di schierare in Europa 3.418 aerei e 880 elicotteri da combattimento, ma l'intera aeronautica russa non dispone di più di 1.100 aerei e di 500 elicotteri di questo tipo, solo la metà dei quali è dislocata a Ovest degli Urali.
La decisione di Putin non può quindi avere un reale impatto militare, ma costituisce una dura risposta nei confronti di Washington e della Nato che hanno ignorato le lamentele russe per il dispiegamento dello scudo antimissile in Polonia e Repubblica Ceca. Nonostante il faccia a faccia con Bush sia il Segretario di Stato, Condoleezza Rice, sia il segretario generale della Nato, De Joop Scheffer, hanno bocciato la proposta di Mosca di schierare batterie radar antimissili in Azerbaijan, rilanciando lo scudo stellare con Praga e Varsavia.