Al mercato globale degli economisti
Molti giovani italiani tra i partecipanti al «job market» che si è svolto ad Atlanta - Un professore associato in America può guadagnare fino a 120mila dollari all'anno, un docente di finanza fino a 180mila.
Mario Platero
ATLANTA. Dal nostro inviato
C'è un fenomeno nuovo al convegno annuale degli economisti, che ha occupato quest'anno venti alberghi nel centro di Atlanta: alcune grandi scuole italiane, la Bocconi, l'Istituto Einaudi, la Luiss, il Collegio Carlo Alberto, la IMT alti studi, hanno partecipato per la prima volta in modo massiccio al "job market", dove le grandi università mondiali si contendono i migliori laureati, con due obiettivi.
Il primo, riportare a casa i "cervelli" che erano emigrati per studiare nelle grandi scuole economiche americane o internazionali e che fino ad alcuni anni fa avevano modeste possibilità di reinserimento nel nostro sistema universitario. Il secondo, aumentare il processo di internazionalizzazione di queste scuole italiane, assumendo con percorsi di ruolo giovani professori americani o internazionali. Entrambi i fenomeni erano impensabili fino a cinque anni fa. E se questo esperimento in corso riguarda per ora le scuole economiche, potrebbe essere facilmente imitato da altre facoltà e università italiane, portando così una rivoluzione per l'apertura e l'internazionalizzazione del nostro sistema di ricerca e di insegnamento universitario.
«Ci siamo resi conto che per competere in un sistema di ricerca globale dovevamo adeguarci alle condizioni di mercato. Oggi siamo in grado di offrire stipendi competitivi con quelli di altre università internazionali e possiamo anche dare la possibilità a chi viene assunto di diventare di ruolo nel giro di sei anni, esattamente quello che offrono le grandi università americane» dice Carlo Favero, professore alla Bocconi, alla ricerca di candidati per la facoltà di Finanza. È da alcuni anni che la Bocconi porta avanti una campagna acquisti fuori dall'ordinaria amministrazione per l'Italia. Quest'anno ha superato se stessa: ad Atlanta ci sono quattro squadre che rappresentano diversi corsi di laurea sempre in materia economica, 12 professori giunti con l'unico scopo di intervistare giovani studenti che hanno conseguito il dottorato di ricerca (Philosophy Doctorate, Phd) e che sono alla ricerca di un posto di lavoro. Le squadre della Bocconi sono divise per disciplina, macroeconomia, finanza, scienza delle decisioni (metodi quantitativi) e storia/scienza delle finanza e pubblica amministrazione. Ogni dipartimento ha obiettivi precisi di specializzazione da coprire e fa colloqui per tre giorni di fila. «Il nostro obiettivo non è solo quello di recuperare i migliori phd italiani, ma di rafforzare il nostro programma in lingua inglese per poter attirare anche i migliori studenti stranieri, oggi ci consideriamo una Università competitiva in Europa, domani vogliamo diventarlo su base globale e passare dal 20% al 50% di stranieri», continua Favero.
L'Istituto Einaudi di Roma, costituito come centro di ricerca economica avanzata con l'appoggio della Banca d'Italia, che finanzia l'istituto al 100 per cento, per ora offre «contratti a sette anni, ma il nostro vantaggio è che chi viene da noi può dedicarsi prevalentemente alla ricerca», dichiara Pietro Reichlin, parte di una delegazione dell'Einaudi di sei persone, guidata da Daniele Terlizzese. Il modo in cui questi istituti riescono ad aggirare le rigidità - e, spesso, l'ostilità, del sistema baronale italiano - è attraverso la formazione di fondazioni separate. La facoltà di economia di Torino ad esempio ha fondato il Collegio Carlo Alberto con l'aiuto finanziario di Intesa SanPaolo. L'altra grande università privata italiana, la Luiss, è anche lei ad Atlanta con la sua squadra acquisti, ma ha meno dotazione fondi della Bocconi e si appoggia su altre organizzazioni, lo stesso Istituto Einaudi o l'Imt (Institution Market Technology, dove si insegna solo in inglese) di Lucca, fondato nel 2006 dalla stessa Luiss, dalla Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa e dal Politecnico di Milano. Sempre ad Atlanta Luigi Paganetto, preside della facoltà di economia dell'Università Tor Vergata a Roma, sta costituendo un istituto privato con la stessa missione. Il nuovo istituto sarà controllato per il 51% dalla facoltà e per il 49% dal Tesoro e da Finmeccanica che daranno i finanziamenti e si chiamerà Istituto Riccardo Faini, in omaggio all'economista italiano scomparso prematuramente.
Questo drappello avanzato per l'internazionalizzazione del nostro sistema universitario è stato ispirato da Mario Monti, Francesco Giavazzi e oggi Guido Tabellini per la Bocconi, Mario Draghi per l'Istituto Einaudi e Giulio Tremonti per Tor Vergata. Con una premessa, il tempo corre veloce e la concorrenza avanza anche in Europa. Le banche svizzere ad esempio, hanno costituito alcuni centri simili a Ginevra, Zurigo, Losanna e Lugano, cominciano a fare capolino le scuole spagnole e quelle del Nord Europa. Ad Atlanta c'è un sito internet autogestito dagli studenti e consultato dai professori, "econjobrumors.com", dove tutti si scambiano informazioni voci su chi sta facendo che cosa.
Ad Atlanta 120 tavoli sono schierati in file simmetriche nell'enorme salone "Galleria" dell'Hilton: i 120 sono istituzioni pubbliche, come la Federal Reserve, il dipartimento al Commercio e i vari ministeri americani, il Fondo e la Banca Mondiale, istituzioni private, banche commerciali, fondi hedge, banche d'affari, tutti alla ricerca di brillanti economisti da assumere senza concorso a colpi di 100mila dollari all'anno. Per questo le nostre università e i nostri istituti si sono dovuti adeguare per tenere testa alle offerte americane: contro i circa 30mila euro pagati dal sistema universitario italiano, un "professore associato" in America può guadagnare fino a 120mila dollari all'anno se ha una specializzazione macro e anche fino a 180mila dollari per una specializzazione in finanza.
Dopo Atlanta, non c'è dubbio che il numero di istituti economici decisi a competere sullo stesso mercato aumenterà. Con un rischio, quello di una dispersione di risorse. Ma Reichlin la pensa diversamente: «Lo dico contro il nostro interesse, ma se c'è più concorrenza in Italia sarà meglio per il paese: vorrà dire che saremo molto più avanti di quanto si potesse pensare solo pochi anni fa».