Russia e Cina le frontiere di Etro
Boom di vendite a Mosca (+77%), presto sei nuovi negozi a Pechino e i ricavi del 2006 arrivano a 265 milioni - Dal fondatore Gimmo ai quattro figli creatività e innovazione su scala globale
di Cristina Jucker
«A volte mi sono addirittura sorpreso: mi sembra quasi che siamo cresciuti malgrado noi» ammette Kean Etro, 43 anni, uno dei quattro fratelli oggi alla guida dell’azienda di famiglia che l’anno scorso ha raggiunto 265 milioni di fatturato, solo con una prima linea, con un aumento del 15% rispetto al 2005. È un caso a sé, quello di Etro, un marchio che è diventato grande insieme ai figli, grazie al coraggio imprenditoriale del padre, Gerolamo detto Gimmo, alla sua capacità di osare, ma anche a un passaggio generazionale solido. «Piùche altro è stato un costruire insieme. La nostra forza è la new tradition, una formula a metà tra tradizione e fashion» spiega Kean, animo curioso e creativo, responsabile della collezione di abbigliamento maschile. «Ognuno di noi è piovuto nel luogo più adatto, ognuno ha potuto coltivare la sua felicità. E coltivare le persone che lavorano con noi».
Un ingresso naturale, dunque, senza traumi, quello della seconda generazione. «L’azienda cresceva - racconta Fabio Gnocchi, responsabile commerciale, da 24 anni in Etro - aveva bisogno di forze e di materiale umano nuovo. E noi l’avevamo in casa».
Oggi Gimmo è presidente di Etro, continua a lavorare soprattutto collaborando con la figlia Veronica, 32 anni, la più piccola del gruppo, responsabile dell’abbigliamento femminile, ma ha scelto di fare un passo indietro e lasciare campo libero ai figli. Che si sono divisi i compiti: Jacopo, il primogenito, 44 anni, è responsabile dei tessuti, della collezione per la casa e della pelletteria; Ippolito, 40 anni, segue la gestione economica. Una gran parte dell’impegno è concentrata sul prodotto, &la leva che muove tutta Etro» sottolinea Gnocchi. Certo, aggiunge Kean, «l’azienda di famiglia è sempre una medaglia a due facce. L’importante è mantenere un certo distacco, vederla come un’opera a sé, un’idea da valutare continuamente».
È così che oggi Etro può contare su 44 negozi gestiti direttamente, altri 54 in franchising, e una suddivisione delle vendite sui mercati internazionale molto equilibrata: nel 2006 l’Italia ha coperto il 23%, gli Stati Uniti il 20% («cinque anni fa rappresentavano appena il 5%» ricorda Gnocchi), l’Europa il 26%, il Far East il 20% e il resto del mondo l’11%. Con punte di crescita che l’anno scorso hanno raggiunto il 77% in Russia, il 28% in Corea (il terzo mercato singolo), il 40% in Medio Oriente e il 31% in Francia. Significativa anche la presenza in Cina: solo quest’anno è prevista l’apertura di sei punti vendita, «ma più che altro si tratta di un investimento sul futuro, il mercato sarà a regime tra 10-15 anni» dice Gnocchi.
L’abbigliamento femminile rappresenta la fetta maggiore dei ricavi (42%), seguito dall’uomo (29%), dalla pelletteria (15%), dai tessuti (7%), dalle fragranze (5%) e dalla casa (2%). Poche le licenze: solo occhiali (con De Rigo) e scarpe (con il calzaturificio Mima, in Veneto). I profumi sono invece gestiti direttamente e distribuiti in non più di 400 punti vendita, «perché il nostro è un prodotto particolare, e chi lo vende deve saperlo spiegare» aggiunge il direttore commerciale.
La produzione è italiana al 90% (qualcosa viene fatto in Romania, Polonia e Turchia, ben poco in Cina e India) ma affidata ad aziende terze. Solo i tessuti sono prodotti in casa, con la Etro tessuti di Fino Mornasco, l’azienda da cui ha preso il via l’avventura della maison. Gestita tutta in casa è la logistica, uno snodo importante: «Siamo tra le aziende italiane che consegnano meglio in tutto il mondo» asserisce Gnocchi.
Ma è ancora Kean a dare un’immagine significativa di quella che, nonostante tutto, resta la vera carta vincente di Etro, il suo segno distintivo. «Il grande valore di questa azienda - dice - è il pensiero positivo, l’ironia, il dare il giusto peso alle cose. La dimensione ironica, vera, sentita, è importante, così come è importante il buon umore, il rompere le righe, l’essere creativi. Mio fratello Ippolito si occupa di bilanci, ma anche lui ha una dimensione creativa: è il fiuto.
La curiosità, il calore sono doti da non perdere per inseguire il mito della crescita a doppia cifra». E il futuro come lo vede Kean? «Il mio spazio è l’oggi - risponde - è adesso. Lavorare per me vuol dire avere una forte dose di consapevolezza, la coscienza di cosa ti succede attorno».