«Le banche siano più vicine alle Pmi»
Da una ricerca effettuata su 2mila imprese è emerso che il 58% del campione non è in grado di prevedere i flussi finanziari.
Cristina Casadei
Il sistema imprese naviga ancora a vista. Per ragioni di mercato, come dimostra il fatto che il 45% non ha un portafoglio ordini per la fine dell'anno. Ma anche per la mancata implementazione di strumenti di gestione per prevedere la crisi e gestirla.
L'Ordine dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili di Milano ieri ha riportato l'attenzione sul mondo delle Pmi, attraverso la ricerca presentata al sesto convegno nazionale all'università Bocconi. Il campione delle duemila imprese intervistate, tramite i professionisti che le assistono, «nel 65% dei casi non è in grado di sviluppare un sistema di contabilità industriale e allo stesso modo il 58% non ha un sistema analitico di previsione dei flussi finanziari», dice Luigi Martino, presidente dell'Ordine di Milano.
In base ai risultati della ricerca, osserva Alessandro Solidoro, consigliere dell'Ordine di Milano, è chiaro che «le imprese hanno sfruttato al meglio gli strumenti di stabilizzazione offerti dal governo, ma hanno anche dovuto fare i conti con un atteggiamento più critico del sistema bancario e con le difficoltà dell'imprenditore, e intervenire con mezzi propri».
Corrado Passera, ceo di Intesa Sanpaolo non nega che «il rapporto imprese-banche sia sotto stress». Le banche soffrono infatti «per un minimo storico dello spread e, al contempo, per un massimo storico della perdita sul credito. Intesa Sanpaolo ha 500 miliardi di affidamento alle imprese, circa un terzo del pil, – fa notare Passera –. È necessario uno sforzo di trasparenza, efficienza e competitività dei servizi, ma le imprese, dal canto loro, dovrebbero dare informazioni più tempestive e analitiche alle banche». La finanza, però, «torni ad essere al servizio dell'economia reale – esorta Martino – al servizio delle aziende che producono e che nel 2008 hanno registrato il peggior saldo tra natalità e mortalità dell'ultimo decennio: 410.600 nuove iscrizioni contro 374.300 cessazioni, con un saldo di solo 36mila nuove imprese e un tasso di crescita dello 0,59%». E forse non è nemmeno finita così perché, come dice Guido Tabellini, rettore della Bocconi, «siamo usciti dalla crisi ma per la ripresa dovremo attendere fino al 2013. E sarà comunque una ripresa "contenuta"».
La voce delle imprese è quella del presidente di Assolombarda, Alberto Meomartini, per il quale «finora gli interventi anticrisi nei diversi paesi sono stati congiunturali e oggi sono urgenti interventi sui fattori strutturali di competitività che governeranno il futuro, in primis sulla conoscenza». Per questo bisogna «mobilitare ingenti risorse per la formazione, che è il tema dei temi – sostiene Meomartini – perché la produttività è data anche dalla conoscenza e in questo non soltanto i governi, ma tutte le componenti della società hanno responsabilità e ruoli».