| Vedere è credere così voleva Stalin |
08 feb 10 |
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di Roberto Duiz Stalin in carne e ossa si guarda sfilare in ingrandita versione marmorea sulla Piazza Rossa. La folla di "comparse" che accompagna la sua effige si torce il collo per tenere l'inquadratura della tribuna d'onore nella speranza di incrociare, anche per un attimo solo, il suo sguardo. Desiderio frustrato. Non è lui che deve guardare loro. Sono loro che devono guardare lui, che non mette a fuoco particolari, così da dare ancor più l'impressione di vedere "tutto". Dunque moltiplica la sua presenza per essere ovunque, in versione reale o virtuale. Talvolta in entrambe le versioni contemporaneamente, perché i confini tra realtà e virtualità sono abbattuti nell'Urss staliniana, dove il vedere ciò che viene mostrato deve coincidere col credere in una realtà che non esiste, il diritto del dubbio è abolito e quello di verifica critica aborrito.
Gli occhi di Stalin, denso saggio di Gian Piero Piretto sulla cultura visuale sovietica nel ventennio (anni 30-40) del georgiano coi proverbiali baffoni, ricostruisce in ogni dettaglio la grande operazione mediatico-ideologica che ha sconvolto la Russia ancor più della Rivoluzione d'Ottobre. «L'universo sovietico pendeva non dalle sue labbra, ma dai suoi occhi», avvisa l'autore. Occhi mai puntati sull'obiettivo che lo ritrae in tutte le forme possibili in quell'epoca pretelevisiva (pellicola cinematografica, manifesti, quadri, statue, fino ai francobolli, le scatole di fiammiferi, le carte da caramelle), sempre vaganti altrove, come intenti a osservare compiaciuti cose che verranno rappresentate non solo per direzionare l'immaginario collettivo ma addirittura per certificare, con carte truccate, la realizzazione di tutti i sogni e illusioni. Il realismo socialista (nato nel '34) doveva soppiantare il futurismo e tutte le correnti coeve che erano state complici della rivoluzione nella sua prima fase. Aveva il compito di sfrondare di ogni complessità intellettuale e sentimentale la visione del mondo del popolo sovietico, non quello di rappresentare la realtà, bensì una sua simulazione che avesse funzioni edificanti e stimolanti joie de vivre incompatibile col reale contesto. Di tutto questo Stalin era una sorta di Testimonial, una figura di "garante" la cui presenza, secondo il copione, non doveva calare sulla società dall'alto ma permearla dall'interno. Pur rimanendone distaccato, all'apparenza bonario anche se con lo sguardo perennemente distratto, ma solo perché in ogni situazione già "oltre" a farne altre, presumibilmente. Il "culto della personalità" che indubbiamente ne derivò fu probabilmente più un effetto che una causa della grande operazione mirata a ottenere un indiscutibile consenso di massa attraverso una spettacolarizzazione di tutto, terrore compreso. Usando una chiave di lettura "chapliniana" si possono cogliere diversi spunti comici in questa colossale messa in scena del kitsch totalitario, che si spinge fino a rivisitare, stravolgendoli per adattarli al "nuovo corso", i fondamenti della cultura russa, tutt'altro che incline all'euforia. Ma c'è poco da ridere. Meglio guardarsi attorno, piuttosto. Perché la storia ricostruita dal professor Piretto è sempre riproducibile, sebbene in forme diverse. E non è affatto scontato che, da qualche parte, si stia in qualche modo già riproducendo. |