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L’ad Corrado Passera: ripartire per spingere la ripresa Ue 08 feb 10
ROMA
Se saprà sciogliere i suoi nodi strutturali e «riavviare i motori» l'Italia potrà agganciare la ripresa e trainare il resto dell'Unione europea fuori dalla palude della crisi economica. È questa, in sintesi, la previsione espressa dall'amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Corrado Passera, in un intervento pubblicato sul Wall Street Journal di ieri.
A suo giudizio, al nostro paese non servono «né scorciatoie né panacee». «Come terza maggior economia europea – mette in evidenza Passera – l'Italia potrebbe giocare un ruolo centrale nella ripresa, soprattutto se saprà risolvere le sfide strutturali che la frenano». Da qui a elencare le sfide da vincere al più presto il passo e breve. «Quel che occorre – spiega – è un piano a medio termine da realizzare in modo massiccio e convinto per far sì che i quattro motori della crescita funzionino in modo efficiente».
Motori che corrispondono, rispettivamente, al nome di competitività delle imprese, efficacia ed efficienza del sistema paese, coesione sociale e dinamismo. A tal proposito l'ad di Intesa Sanpaolo precisa che se il primo e il terzo motore «bene o male finora hanno funzionato» gli altri due invece «girano nella direzione sbagliata».
Ecco allora che, per rilanciare il sistema paese, «occorre accelerare il piano di investimenti nelle infrastrutture». E ancora: «Se vogliamo colmare il divario dobbiamo dare uno shock positivo alla nostra economia, dobbiamo investire tra 200 e 250 miliardi di euro in cinque-sette anni», suggerisce Passera.
Il banchiere italiano si dice peraltro convinto che il nostro «maggior problema» sia quello relativo a «lentezza» e «inefficienza del processo decisionale, sia esso politico, amministrativo, istituzionale o legale». Proprio per questo, secondo lui, «serve un riforma profonda che non costa niente e che potrebbe far risparmiare miliardi di euro ma che incontrerebbe migliaia di ostacoli». Anche perché, aggiunge, «le democrazie che non funzionano ed accumulano ritardi in ambito economico e sociale finiscono per essere quelle più fragili e, nel lungo periodo, quelle maggiormente a rischio».