Gli affari emigrano nei Bric
Dai mercati emergenti, a medio termine, il 33% del fatturato dei gruppi Ue.
Alfredo Sessa
A un mese dalla fine del 2009, l'anno che sarà ricordato per quella che è forse la più grave crisi economica dopo la seconda Guerra mondiale, sono tre le domande che top manager e investitori si pongono con più frequenza: su quali mercati si manifesterà la crescita nel 2010 e oltre? E poi: la performance dei paesi emergenti ha caratteristiche di durata e affidabilità? E infine: quando e dove il tanto atteso "fattore consumo" avrà la forza, sui nuovi mercati, di affiancare l'impatto che hanno sulla crescita investimenti esteri e spesa governativa?
Per gli esperti di Société Générale (Sg) non ci sono dubbi. A dispetto della crisi «l'attrattività dei mercati emergenti – scrivono nel loro recente report "Emerging markets attraction, the consumption factor" – rimane quasi intatta. Nel nuovo mondo la crescita continuerà o ripartirà, e si manterrà a livelli decisamente superiori rispetto ai paesi industrializzati. Ma bisognerà saper essere selettivi: le future tendenze in Cina, India, Brasile, Indonesia e anche in Russia appaiono più favorevoli, in particolare per quanto riguarda i consumi, rispetto all'Est Europa». Detto così può sembrare uno dei tanti oroscopi sull'economia mondiale che guardano con simpatia ai paesi emergenti e al progressivo manifestarsi del decoupling, la capacità dei consumi del nuovo mondo di sostituirsi alla spinta delle economie mature nel lavoro di traino della crescita mondiale. Ma negli uffici studi di SG non c'è traccia di bacchette magiche o di mappe stellari; si ritrovano piuttosto solidi strumenti di misurazione. "Emerging markets attraction" presenta infatti risultati basati sul calcolo dei benefici che l'attività condotta sui mercati emergenti ha portato a una rosa di 150 società europee. Secondo le stime di Sg, nel giro di 3-5 anni i mercati emergenti contribuiranno in media a circa il 35% del fatturato e dell'Ebit (risultati ante oneri finanziari) di queste società. Nel 2002, all'alba del boom del nuovo mondo, il contributo al fatturato non superava in media il 17%.
Ma c'è dell'altro. Sono stati infatti misurati i riflessi sull'andamento azionario di 30 primarie società europee delle attività che queste conducono nei Bric, in Est Europa e in Africa. Le società in esame sono state suddivise tra fornitori di beni di consumo, società industriali e società finanziarie. A testimoninanza della crescente importanza del fattore consumi sui mercati emergenti, il basket di società europee comprende ben 13 gruppi fornitori di beni di consumo (tra cui Carrefour, Ericsson, Nokia, Renault, Unilever, Volkswagen) rispetto a undici gruppi industriali e sei finanziari. I risultati? Nel periodo novembre 2007-novembre 2009 l'indice elaborato da Société Générale (Sg European Exposure to Emerging Markets) ha distanziato del 13,2% le performance dell'FTSEurofirst 300 Index, dimostrando l'importanza dei mercati emergenti per queste società e per l'andamento dei prezzi delle loro azioni. Secondo il report, il tasso di crescita dei consumi sull'insieme dei mercati emergenti è previsto in aumento del 6% all'anno, spinto dall'aumento del potere di acquisto e dal cambiamento degli stili di vita. Fondamentali, per le imprese che puntano al nuovo mondo, si rivelano le tecnologie che aiutano e ridurre l'inquinamento e a produrre energia in modo alternativo. Sg stima che il Pil degli emergenti sia cresciuto dell'1,2% quest'anno rispetto al calo del 3,4% delle economie mature. Per il 2010 la previsione è per un differenziale significativo: +4,4 il Pil degli emergenti, +1,80 quello dei mercati maturi. La crisi, alla fine, avrà impartito un'altra lezione: nello stilare i piani per il futuro i capitani di industria e gli investitori non possono più ignorare la crescente importanza dei nuovi mercati.