L'Ucraina vota, la Russia vince

I due favoriti, Tymoshenko e Yanukovich, sono tutti e due vicini al Cremlino - Al centro della lotta politica ci sono gli interessi degli oligarchi: i partiti non sono altro che il riflesso del loro potere.

Antonella Scott
KIEV. Dal nostro inviato
Al secondo sorso di whisky - sono le otto del mattino - Maksim dà un'occhiata alle facce sedute ai tavolini accanto, e finalmente si decide a chiarire ciò che pensa: «Presto l'Ucraina cesserà di esistere - sentenzia - la vedo divisa in almeno sei parti». Di professione Maksim fa il matematico; viene da Sebastopoli, dunque il suo punto di vista non è isolato. Laggiù in Crimea, dove Mosca ha mantenuto la Flotta del Mar Nero, i russi sono la maggioranza della popolazione: «Perché dovremmo votare per un paese straniero?», chiede lo scienziato, poi sorride enigmatico: «Ma da ora in poi, tutto andrà meglio».
Paradossalmente, queste elezioni presidenziali che tanti russi di Crimea rinnegheranno hanno già restituito a Mosca la possibilità di riguadagnare in Ucraina l'influenza perduta. Non è ancora possibile prevedere chi vincerà il voto di domenica prossima, ma è già certo chi lo ha perso. Con l'attuale presidente Viktor Yuschenko in coda ai sondaggi, esce di scena la Rivoluzione arancione del 2004, o per lo meno tramonta il suo eroe, l'uomo che l'aveva ispirata immaginando per l'Ucraina un futuro democratico di benessere, al centro dell'Europa. La lotta democratica è rimasta, vivace, rumorosa, consolazione principale in uno scenario che tuttavia ripropone per il posto di presidente i due protagonisti delle faide politiche di questi ultimi anni: tallonato dal premier Yulia Tymoshenko, in testa ai sondaggi è Viktor Yanukovich, l'uomo del passato che proprio la Rivoluzione arancione aveva sconfitto. Sia lui che la Tymoshenko, in caso di vittoria, ridisegneranno il rapporto con Mosca.
Per il Cremlino questa è già una vittoria: la missione che Yuschenko si era attribuito - portare l'Ucraina nella Nato e nell'Unione Europea - per il momento è fallita. Negli auguri di Putin alla Tymoshenko (per «ulteriori successi» nel nuovo anno), nell'irritazione di Dmitrij Medvedev verso Yuschenko (l'estate scorsa il presidente russo ha auspicato un rapporto migliore con l'Ucraina «sotto una nuova leadership») sembra quasi di percepire il desiderio impaziente di Mosca di riportare Kiev nella propria sfera di influenza. Ma non tutti danno per scontata un'Ucraina vassallo del Cremlino. «Il caotico pluralismo che abbiamo di fronte - spiega Igor Torbakov, senior researcher al Finnish Institute of International Affairs - è il riflesso di un sistema politico che potremmo definire "equilibrio dei clan". In Ucraina i veri attori politici non sono i partiti, ma i clan degli oligarchi costruiti attorno a una dozzina di potenti gruppi industrial-finanziari».
In assenza di fondamenta ideologiche significative, i partiti sono puri strumenti di questi clan, usati dagli oligarchi nella lotta per il potere e per le risorse. Yulia Tymoshenko e Yanukovich non sono che i rappresentanti di questi gruppi, e secondo Torbakov faranno i loro interessi, e non quelli di Mosca: «Gli oligarchi che finanziano le loro campagne elettorali non saranno particolarmente entusiasti di veder rafforzarsi in Ucraina i concorrenti russi».
Ma è quanto già sta avvenendo: senza aspettare le urne, Mosca ha già fatto una mossa importante. Nei giorni scorsi alcuni businessmen russi - dietro cui sarebbe la Evraz di Roman Abramovich - hanno preso il controllo della Industrial Union of Donbass, uno dei principali produttori siderurgici ucraini. Un gruppo vicino a Yulia Tymoshenko, con acciaierie in Polonia e in Ungheria: l'acquisizione del 50% più due azioni - stimata a 2 miliardi di dollari - sarà finanziata dalla Vneshekonombank, che fa capo a Putin. Pragmatica, opportunista, lei stessa donna d'affari cresciuta nel mondo degli importatori di gas russo, stando alla guida del governo Yulia Tymoshenko ha imparato ad andare d'accordo con Putin. Li lega un comune istinto autoritario, tanto che se lei vincerà la presidenza qualcuno teme una "putinizzazione" dell'Ucraina. Di Yanukovich si dice invece che abbia l'appoggio di Medvedev: neppure lui, che ha la propria base elettorale nell'est industrializzato e filo-russo dell'Ucraina, è molto lontano dal Cremlino, malgrado la corsa alla presidenza lo abbia portato ad assumere toni nazionalisti per cancellare il marchio di "candidato di Mosca", rimasto dal 2004.
Il compito di riequilibrare i rapporti e perseguire gli interessi nazionali bilanciandosi tra Mosca e l'Occidente - in piena crisi economica - non è semplice. Una volta presidente, il vincitore dovrà avere la forza di fermare se necessario una Russia che la pensa come il nostro Maksim: «Devi capire, George - disse Putin a Bush nel 2008, al summit della Nato - l'Ucraina non è neppure un paese. Che cos'è l'Ucraina? Parte del suo territorio è Europa orientale, parte (una grossa parte) gliela abbiamo data noi». La Crimea, appunto, dono di Kruscev alla "repubblica sorella" nel 1954. «I confini dell'Ucraina non sono stati un disegno di Dio - scrive Mark Medish, del Carnegie Endowment for International Peace - ed è destino dei paesi post-sovietici far parte di quello che Mosca chiama "estero vicino". Vicini lo saranno sempre: ma sarà la politica di Stati Uniti ed Europa a doversi accertare che restino però "estero"».