Draghi: politica fuori dalle banche
Per il governatore le fondazioni devono rimanere investitori istituzionali e autonomi - I COMMENTI - Guzzetti: salvaguardare il nostro ruolo a vantaggio dei nostri investimenti - Palenzona: rispetto del territorio, non legami politici
Antonella Olivieri
ROMA
La politica resti fuori dalle banche e dalle fondazioni. Il messaggio, seppur misurato nei toni, era già chiaro, ma il Governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi, l'ha voluto rafforzare, con un commento a braccio, per evitare di essere «criptico». Non e nell'interesse delle fondazioni, ha ammonito Draghi, «tornare agli anni '70 e '80, quando la maggioranza di turno nominava gli amministratori delle banche e suggeriva i clienti di riguardo». «Il ruolo delle fondazioni come azionisti delle banche – aveva spiegato un attimo prima – non può che essere quello stabilito dalla legge: investitori il cui unico obiettivo sta nel valore economico dell'investimento».
Se dunque l'obiettivo istituzionale deve essere quello di preservare, e possibilmente accrescere, il valore dell'investimento, forse il modo migliore non e quello di aprire il varco a tentazioni, dal sapore lottizzatorio, che rischino di mettere a repentaglio la stabilita di organizzazioni che hanno dimostrato di funzionare bene. Il Governatore non lo dice, ma si intuisce l'implicito riferimento alle recenti vicende che hanno interessato le due principali banche italiane, Intesa Sanpaolo, soprattutto, ma anche UniCredit.
Alla fine le fondazioni dovrebbero costituire un baluardo contro le tentazioni di qualche forza politica o di qualche suo esponente ad estendere la propria sfera d'influenza, come se le privatizzazioni non fossero servite a scoraggiarle. Tant'e che il Governatore fa un esplicito richiamo all'«autonomia» delle fondazioni, come requisito fondamentale atto a «tutelare l'indipendenza del management» delle banche.
Parole sposate in pieno da Giuseppe Guzzetti, presidente dell'Acri, l'associazione che rappresenta collettivamente le fondazioni bancarie. «Il Governatore ci invita a tener ferma la nostra autonomia e a salvaguardare il nostro ruolo di investitori istituzionali, a tutto vantaggio del valore economico dei nostri investimenti, dell'indipendenza del management delle banche, dell'interesse del paese», ha commentato Guzzetti, che e anche presidente della Fondazione Cariplo, ribadendo concetti già espressi in un'intervista televisiva alla vigilia. Dove aveva parlato delle fondazioni come di un «diaframma» tra la politica e le banche. Oltretutto e la stessa legge Ciampi, i cui dettami sono stati avvalorati anche da una successiva sentenza della Corte costituzionale, a fornire le garanzie contro le "invasioni di campo". Gli organi delle fondazioni, infatti, sono composti per la meta da esponenti della società civile e per la meta sono espressione degli enti locali, non necessariamente pubblici. Dopodiché, come gli amministratori nei consigli di amministrazione, anche questi ultimi non dovrebbero essere portatori degli interessi degli enti che li hanno designati, bensì dovrebbero operare nell'interesse della fondazione. Queste, almeno, sono le regole.
«Ho apprezzato il riferimento fatto dal Governatore all'autonomia e all'indipendenza del management delle banche, che sono da difendere, anche con riferimento al ruolo delle fondazioni», ha osservato da parte sua Giovanni Bazoli, presidente, appena riconfermato, del consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo.
Mentre Fabrizio Palenzona, vice-presidente di UniCredit, ha sottolineato l'aspetto del legame al territorio, osservando pero che «una cosa e il rispetto del territorio, altra e il legame con la politica, che non ha senso». Palenzona ha anche ribadito che «le fondazioni sono un elemento di stabilita del sistema».
Che sia merito delle fondazioni, piuttosto che del management delle banche o della politica di vigilanza prudenziale, e comunque un fatto che il sistema bancario italiano ha saputo reggere, molto meglio di altri sistemi, ai colpi della crisi innescata dalla finanza allegra.
Tant'e che nell'ultimo stress test, completato ad aprile, l'esercizio della Banca d'Italia ha evidenziato che anche con una crescita del Pil inferiore di tre punti percentuali rispetto alle previsioni, nel biennio 2010-2011, «la stabilita finanziaria non sarebbe in discussione». La percentuale del flusso delle sofferenze e dei crediti deteriorati salirebbe al 6,4% dei prestiti il primo anno e al 7,1% il secondo, le perdite si attesterebbero complessivamente intorno a 80 miliardi (di cui 56 di sofferenze), ma le banche sarebbero in grado di assorbirle senza eccessivi danni. Per esempio, i primi cinque gruppi bancari, ai quali e stato chiesto di condurre simulazioni sulla base dei propri modelli interni, hanno stimato che mediamente l'impatto sul tier 1 si ridurrebbe di 45 punti base, restando comunque, riferisce la relazione annuale, «largamente al di sopra dei minimi regolamentari».