Scontro Russia-Bielorussia sul petrolio diretto in Europa
Per l'oleodotto Druzhba passa il 15% del greggio importato dalla Germania e tre quarti di quello necessario alla Polonia.
Antonella Scott
MOSCA. Dal nostro inviato
L'oleodotto dell'amicizia potrebbe fermarsi un'altra volta. I paesi "fratelli" che collega dagli anni 60, portando all'Europa dell'Est il petrolio siberiano, rischiano anche quest'anno di recitare un copione noto: assistere ai litigi tra paesi fornitori e paesi di transito, mentre la temperatura scende sotto zero. Russia, Ucraina, Bielorussia. Anche tra loro la fratellanza è svanita: ma non c'è neppure intesa su nuove regole di convivenza. E così, puntualmente, a ogni inizio d'anno l'Europa si ritrova a preoccuparsi per le forniture di energia.
Questa volta la storia è un po' diversa: il confronto è tra russi e bielorussi, e riguarda il petrolio. In dicembre, alla scadenza dei contratti 2009, Mosca ha chiesto diritti doganali sul petrolio che la Bielorussia importa - attraverso le condutture di Druzhba, che in russo significa appunto amicizia - per raffinarlo e venderlo a sua volta in Europa. Forniture duty-free sono state prerogativa dei bielorussi, gli alleati più fedeli, ben oltre lo scioglimento dell'Urss, ma ora i russi intendono passare ai prezzi di mercato anche con Minsk. Esentando dai dazi solo il petrolio destinato al consumo interno: la parte minore.
Per la Bielorussia, non è questo il modo migliore per battezzare l'Unione doganale con Russia e Kazakhstan, in vigore dal 1° gennaio: escludere l'energia da uno spazio comune con prezzi uniformi è un precedente pericoloso, sostengono a Minsk. Anticipando la crisi, a fine dicembre il leader bielorusso Aleksandr Lukashenko aveva minacciato il ritiro dall'Unione doganale. E ora che i negoziati sono fermi, in attesa di riprendere dopo il Natale ortodosso del 7 gennaio, la Bielorussia alza ancora il tiro: in assenza di un accordo, la compagnia elettrica bielorussa potrebbe essere "costretta" a bloccare le forniture di elettricità verso Kaliningrad, enclave russa circondata da Polonia e Lituania.
Ma anche l'Europa potrebbe essere coinvolta in una crisi che al momento è solo congelata. In Bielorussia l'oleodotto Druzhba si apre in due rami, dirigendosi verso Polonia e Germania, a nord, e scendendo a sud verso Ucraina e Slovacchia, per dividersi ancora verso Ungheria, Repubblica ceca e Croazia. Con una capacità di 1,2-1,4 milioni di barili al giorno, consente il passaggio attraverso la Bielorussia di circa metà del petrolio che la Russia esporta in Europa: il 15% del petrolio necessario alla Germania, tre quarti di quello importato dalla Polonia. «Il transito verso l'Europa non sarà ridotto in alcuna circostanza», ha assicurato Mikhail Barkov, Ceo di Trasneft, la compagnia russa che gestisce gli oleodotti. Mentre ieri sera il vicepremier Igor Sechin informava Vladimir Putin che anche le forniture alle raffinerie della Bielorussia sono state temporaneamente ripristinate, in attesa del ritorno ai negoziati. «Senza applicare dazi?», si è informato Putin. Sechin ha confermato. Uno sconto del 36%, ha ricordato il primo ministro, scuro in volto. I conti, sembrava dire, li faremo dopo Natale.